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Ambiente: l'emergenza

Incendio a Vicopisano, il chimico: «Sbagliato usare l’acqua per spegnerlo, attenzione a diossine e benzene»

di Libero Red Dolce

	L'incendio alla Delca in una foto scattata il 10 giugno (foto Stick), a dx il professor Valter Castelvetro
L'incendio alla Delca in una foto scattata il 10 giugno (foto Stick), a dx il professor Valter Castelvetro

Valter Castelvetro, professore di chimica all’Università di Pisa ed esperto di materie plastiche, analizza le criticità legate al rogo della Delca: «Per spegnere le fiamme la strategia migliore sarebbe stata l’uso di materiali inerti per soffocare la massa»

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PISA. Nelle emergenze ambientali, il rigore scientifico è fondamentale per comprendere i rischi reali e orientare correttamente le decisioni. Valter Castelvetro, professore di chimica all’Università di Pisa ed esperto di materie plastiche, analizza le criticità legate all’incendio della Delca: dalla combustione delle plastiche ai possibili inquinanti, fino ai monitoraggi necessari per valutare l’impatto sul territorio.

Professore, partiamo dai fumi: cosa si libera quando brucia un simile ammasso di plastiche?

«Il problema risiede nel fatto che quel deposito conteneva plastiche miste, un ammasso di polimeri diversi con vari additivi. Per bruciare bene, un materiale combustibile necessita di un apporto di ossigeno elevato, cosa che qui non è avvenuta. La combustione è stata incompleta, un processo di ossidazione che non porta alla formazione finale di CO2 e acqua, ma si arresta a stadi intermedi. Quel fumo nero pece è particolato carbonioso che funge da vettore per sostanze molecolari volatili e persistenti, come gli idrocarburi policiclici aromatici e il benzene, che è notoriamente cancerogeno. Sono molecole che entrano nei polmoni, superano le barriere fisiche e non si degradano facilmente una volta nell'ambiente».

Esiste un rischio reale per la formazione di diossine a causa della possibile presenza di Pvc?

«Il Pvc quasi certamente era presente, poiché nelle fasi di pre-riciclo la separazione dei materiali non è mai perfetta. Il Pvc ha molto cloro nella sua struttura chimica. Quando si formano composti aromatici ad alta temperatura, il cloro può combinarsi con essi dando origine alle diossine. Sono sostanze altamente tossiche, persistenti, cancerogene e teratogene, capaci di creare difetti al feto, come tristemente appreso dopo l'incidente di Seveso. L’entità del rilascio non è nota a priori: non tutto il cloro diventa necessariamente diossina, ma se parliamo di tonnellate di materiale la questione è seria. Bisogna attendere i campionamenti e i dati quantitativi di Arpat per capire l’entità del problema».

Che ruolo hanno le centrale di monitoraggio dell’aria?

«Le centraline urbane monitorano inquinanti generici legati al traffico, come PM10 o ossidi di zolfo, per i limiti di legge ordinari. Un incendio è un evento che accade in un punto specifico e richiede campionamenti ad hoc. Queste sostanze molecolari non sono volatili per sempre: viaggiano con il fumo ma poi tendono a ricadere al suolo per effetto gravitazionale. Essendo l'immissione puntiforme e il vento variabile a diverse altezze, il carico inquinante viene distribuito in modo disomogeneo sul territorio. Serve una griglia di monitoraggio specifica per aria e suolo, poiché le centraline fisse non sono equipaggiate per rilevare inquinanti così specifici».

Perché i campionamenti si concentrano su un raggio di 800 metri?

«Il vento che sposta la nube favorisce la diluizione, portando le concentrazioni sotto le soglie di tossicità acuta, il che è un fatto positivo. Il nostro organismo è in grado di gestire basse concentrazioni. Campionare in prossimità del rogo ha senso: lì ricade il particolato più grossolano che trasporta il carico tossico. Se non si trovano valori critici a 800 metri, è quasi impossibile trovarne di più elevati a distanze maggiori. Tuttavia, chi risiede nelle zone colpite dalla nube deve prestare attenzione agli orti. Il particolato fine può viaggiare per chilometri e depositarsi sulla vegetazione. In questi casi bisogna lavare tutto molto bene: i disinfettanti non servono, perché parliamo di composti chimici e non di batteri o microbi».

Come valuta la gestione dello spegnimento?

«Quel cumulo di plastica è peggio di un lago di petrolio, dove brucia solo la superficie a contatto con l'aria. Nei solidi ammucchiati, l'ossigeno è intrappolato anche nelle intercapedini interne. L'acqua non soffoca il fuoco in profondità. La strategia migliore sarebbe stata l'impiego di materiali inerti per coprire la massa. Solo il soffocamento meccanico avrebbe potuto ridurre progressivamente l'apporto di ossigeno, spegnendo l'incendio in modo rapido e limitando l'emissione di fumi tossici nell'atmosfera prima che il materiale bruciasse del tutto per esaurimento naturale».


 

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