Crisi energetica, l’economista suggerisce due mosse. La prima: «Comprare greggio dai russi»
Giovanni Dosi è una delle voci più ascoltate, anche se talvolta scomoda, in materia di economia internazionale e politiche pubbliche
Ricette non ce ne sono. Ma ci sono due cose che «andrebbero fatte subito per evitare che un eventuale choc petrolifero ci faccia precipitare in situazione di austerity acuta: la prima è riconsiderare i rapporti con Mosca e ricominciare a fare della Russia una delle nostre fonti di approvvigionamento energetico e mi riferisco al petrolio ma anche al gas. La seconda è proprio il minimo sindacale: bisogna tassare gli extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere».
A dirlo è Giovanni Dosi, 72 anni, professore emerito della Scuola superiore Sant’Anna di cui per anni ha diretto il Laboratorio di economia e management, accademico dei Lincei e anche l’economista italiano più citato a livello internazionale. Una delle voci più ascoltate, anche se talvolta scomoda, in materia di economia internazionale e politiche pubbliche.
La tregua della notte scorsa, quindi, non ha ancora scongiurato il rischio di uno shock petrolifero?
«Vediamo che succede nei prossimi giorni. Anche se dal punto di vista sostanziale, quantomeno per quanto riguarda la gestione dello stretto di Hormuz, non mi pare che la situazione sia molto diversa da ieri l’altro».
Ovvero?
«Lo Stretto non è mai stato chiuso completamente: era interdetto solo alle navi di Paesi che l’Iran considerava nemiche, mentre le altre potevano passare pagando un euro al barile. Ora non c’è più la distinzione fra le petroliere “nemiche” e quelle “neutrali” o “amiche”: tutte pagheranno l’euro al barile e dovranno accettare i poteri d’ispezione dell’Iran. Mi pare una situazione peggiore di quella precedente al conflitto, quando poteva transitare liberamente tutti».
Quindi è troppo presto per dire che i rischi di austerity sono svaniti?
«Guardi che l’Italia vive già una situazione di austerity che io definisco cronica. Un paese che taglia la sanità, la spesa sociale, l’istruzione e l’università non si può definire diversamente. Il rischio, semmai, è che uno choc petrolifero, che è sempre possibile anche se un po’ meno probabile rispetto a 48 ore fa, possa farla salire di grado e tramutarla in austerity acuta».
Nel caso cosa accadrebbe?
«Se glielo dico, mi prende per un disfattista».
Lo faccia lo stesso.
«Se accade, condizionale d’obbligo, non escludo uno scenario simile a quello già visto in Italia nel ’74, subito dopo la crisi energetica con limitazioni alla mobilità privata e l’obbligo delle targhe alterne, quantomeno nei giorni festivi. Ma speriamo che lo spiraglio che si è aperto nelle ultime ore, scongiuri questo scenario».
Nei giorni scorsi la premier Meloni ha visitato Arabia Saudita, Qatar ed Emirati con l’obiettivo assicurarsi nuovi approvvigionamenti. È la strada giusta?
«Non scherziamo. Siamo andati a chiedere sostegno a Paesi che già hanno dovuto ridurre la loro produzione di greggio a causa del conflitto».
Che cosa si dovrebbe fare allora?
«Gliel’ho già detto. La via maestra è una riconsiderazione globale dei nostri rapporti con la Russia, inserendo nella discussione anche il tema degli approvvigionamenti energetici. In questo modo, forse, potremmo anche prendere due piccioni con una fava: ossia dare un contributo alla soluzione del conflitto fra Russia e Ucraina e una risposta sostanziale alla necessità di diversificare le fonti energetiche del Paese. Invece ci stiamo comportando da guerrafondai ciechi ».
Ovvero?
«Le parlo proprio dal punto di vista degli interessi nazionali: da una situazione di guerra in Medioriente all’Italia derivano solo svantaggi e problemi. Eppure, abbiamo fatto di tutto per non scontentare Trump. E per quanto riguarda il conflitto russo-ucraino, insieme all’Unione Europe ci siamo “infognati” in questa iniziativa pro Kiev, sperando che gli ucraini facciano per noi la guerra alla Russia».
Ricominciare a comprare gas e petrolio dalla Russia sarebbe la soluzione dei problemi di approvvigionamento energetico del Paese?
«Non di tutti, ma sarebbe un contributo molto importante. Nell’immediato, però, servirebbe anche l’altra cosa che le ho detto».
Quale?
«Se non vogliamo tagliare ulteriormente la spesa sociale, bisogna tassare gli extraprofitti delle grandi compagnie petrolifere».
