Una studentessa ha chiesto ai bambini cosa pensano della guerra: ecco cosa hanno detto
Parole semplici per un tema enorme che semina paura: «Le risposte che ho ricevuto mi hanno colpita. Alcune mi hanno fatto sorridere, altre mi hanno lasciato in silenzio. Tutte mi hanno fatto riflettere»
Guerra è una parola che semina disagio e fa paura. E se fa paura a me, che ho 17 anni, cosa può significare per un bambino? Così ho deciso di uscire per le strade di Pistoia, con un taccuino e tanta curiosità e di chiedere la loro ai bambini. Ho fatto domande semplici, cercando di capire cosa pensassero loro della guerra. Le risposte che ho ricevuto mi hanno colpita profondamente.
Alcune mi hanno fatto sorridere, altre mi hanno lasciata in silenzio. Tutte mi hanno fatto riflettere. Liam, 6 anni, ha appena finito di giocare con suo fratello. «La guerra è quando due paesi litigano tanto. Ma io voglio che tutti facciano pace, come quando io e mio fratello litighiamo e poi ci abbracciamo». Mi ha fatto pensare a quanto sia semplice, per un bambino, immaginare la pace. E quanto sia difficile, per gli adulti, metterla in pratica. Tommaso ha 8 anni e una voce sicura. «La guerra è brutta perché muoiono anche i bambini. E i bambini non c’entrano niente». Le sue parole mi hanno colpita. Non solo per la tristezza che contengono, ma per la consapevolezza. Tommaso ha capito che la guerra è ingiusta. E lo dice senza giri di parole. Regina, 5 anni, mi racconta un sogno. «C’era la guerra e io correvo con la mamma. Ma poi ci nascondevamo sotto il letto e arrivava un mostro». La sua fantasia mescola realtà e immaginazione. Ma il messaggio è chiaro: la guerra fa paura. E la paura, nei sogni dei bambini, prende la forma di mostri. Leonardo, 7 anni, mi guarda con aria interrogativa. «Ma perché fanno la guerra se possono parlare? Io quando litigo con la mia amica le dico scusa e poi giochiamo di nuovo». La sua domanda è semplice ma potente. Perché non si parla, invece di combattere? Forse dovremmo chiederlo anche noi. Nilde ha 3 anni e stringe un pennarello blu. «La pace è quando si disegna insieme e nessuno rompe i fogli». Non sa spiegare cos’è la guerra, ma sa cos’è la pace. E la descrive con un’immagine tenera e forte: disegnare insieme, senza distruggere. Kevin, 8 anni, è diretto. «Ho visto la guerra in tv e ho cambiato canale. Non mi piace. È noiosa e triste».
La sua reazione è quella di molti bambini: rifiuto. Non vogliono vedere, non vogliono sapere. Ma la guerra entra comunque nelle loro case, anche solo per pochi secondi. E lascia un segno. Dopo aver parlato con tutti questi bambini, mi sono resa conto che la guerra, per loro, non è un concetto astratto. È qualcosa che sentono, che immaginano, che temono. Non hanno bisogno di conoscere i dettagli per sapere che è sbagliata. Le loro parole non sono solo “carine” o “ingenue”. Sono profondamente vere. E ci ricordano che la pace non è un sogno infantile, ma un diritto. Un diritto che dovrebbe essere garantito a tutti, soprattutto ai più piccoli. Scrivo questo articolo non per dare risposte, ma per porre una domanda: cosa succederebbe se ascoltassimo davvero i bambini? Se prendessimo sul serio la loro visione del mondo? Forse scopriremmo che la pace non è così lontana. Che basta un disegno, un abbraccio, una parola gentile. Io sono Raiz, non ho soluzioni per fermare le guerre. Ma ho ascoltato chi, forse, le soluzioni le ha già dentro. E ho deciso di raccontarlo.
* Studentessa di 17 anni dell’Istituto Einaudi di Pistoia
