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Sanità e giustizia

Pisa, neonata invalida dopo il parto: risarcimento di 2,5 milioni

di Luca Cinotti

	L'ingresso dell'ospedale Santa Chiara di Pisa (foto d'archivio)
L'ingresso dell'ospedale Santa Chiara di Pisa (foto d'archivio)

Per i giudici ci fu una serie di errori da parte dei medici. La piccola era nata prima del termine. Determinante è stato l’errato inserimento di un catetere

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PISA. Il momento più bello trasformato in un dramma, con una neonata che subisce danni cerebrali gravissimi. Una vicenda che ha segnato profondamente tutta una famiglia e che ora è arrivata alla sentenza da parte della Corte d’Appello civile di Firenze che ha sostanzialmente confermato il maxi risarcimento che era stato disposto in primo grado dal Tribunale di Pisa: oltre due milioni e mezzo di euro, trasformati in rendita vitalizia. I giudici, infatti, hanno ritenuto che le condizioni della piccola siano state causate da una serie di errori nei giorni immediatamente successivi alla nascita.

La vicenda inizia nell’estate del 2015, quando nel reparto di ostetricia del Santa Chiara viene programmato un parto con taglio cesareo, prima del termine della gravidanza. La piccola viene trasferita nel reparto di terapia intensiva neonatale ed è qui che – secondo la ricostruzione dei periti – ha inizio la catena di errori che porterà al terribile esito.

Viene infatti inserito un catetere ombelicale in maniera non corretta. L’errore non viene risolto nonostante il posizionamento fosse stato controllato con una radiografia. Questo – secondo la relazione dei periti – causò «una trombosi dell’asse portale estesa al dotto venoso e un ematoma lobulare di circa 3 centimetri di diametro a carico del lobo epatico di destra».

Questo problema al fegato, a sua volta, causò un’impennata di diversi valori, a cominciare da quelli della bilirubina. E proprio in questo momento ci fu un altro errore, secondo quanto riscontrato dai periti. Si iniziò infatti correttamente con la fototerapia che però venne portata avanti «in maniera discontinua» e poi interrotta «in corrispondenza di una bilirubinemia corretta a penna di 12,9 mg/dl, laddove l’analizzatore aveva riscontrato valori di 15,1 mg/dl, cioè quando vi era l’indicazione a proseguirla». L’interruzione del trattamento era insorto un kernicterus con conseguente danno cerebrale che ha portato la piccola a un’invalidità del 100 per cento e la famiglia a convivere con un terribile trauma.

I genitori, insieme ai nonni, hanno deciso di portare in tribunale l’Aoup e già il giudice di primo grado aveva riconosciuto la responsabilità dell’azienda sanitaria, riconoscendo una serie di voci di risarcimento ai familiari.

Nel dispositivo di sentenza, infatti, era stato liquidato un danno non patrimoniale per l’invalidità di 1,493 milioni, un danno patrimoniale come lucro cessante (che rispecchia cioè l’impossibilità della bambina di produrre reddito) di 358mila euro, un danno patrimoniale per spese mediche di assistenza di 71mila euro un danno patrimoniale di spese mediche e di assistenza nel futuro per 684mila euro. Il totale, di oltre 2,5 milioni, era poi stato trasformato in una rendita vitalizia.

Il collegio dei giudici di Appello ha confermato queste disposizioni, al netto di un aspetto tecnico. L’Aoup era stata infatti obbligata a stipulare una polizza fidejussoria per garantire il pagamento delle rate della rendita. Secondo i magistrati di secondo grado, infatti, il risarcimento viene pagato direttamente dalla Regione ed è quindi assicurata dal bilancio dell’ente pubblico.

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