Lucca, donna scomparsa nel 2012: i primi dubbi e una lettera che riapre il caso. Ora si indaga anche sull'ex marito
All’epoca della scomparsa l’uomo fu sentito dalla polizia due volte. Si parlò di allontanamento volontario: la donna – si disse – era tornata in Perù ma non è mai arrivata
LUCCA. Una storia sbagliata che si perde in un freddo novembre di 14 anni fa sulle colline di Farneta quando Rosita, 35 anni, peruviana, abbandona il tetto coniugale e la prole (non è chiaro se uno o due figli in tenera età) e scompare nel nulla lasciando a casa il cellulare.
Allontanamento volontario, la tesi che emerge nell’immediatezza. La donna, dissero alcuni testimoni, era stanca della vita agreste con il marito – un colombiano più grande di 5-6 anni che per lei aveva abbandonato il saio e tuttavia lavorava per i frati della Certosa di Farneta – e voleva tornare nella terra natia. Ma in Sudamerica lei non ha mai fatto rientro e i parenti, allarmati e preoccupati, si erano rivolti alle autorità italiane, in particolare all’Interpol. Era stata aperta un’inchiesta – diretta dal sostituto procuratore Sara Polino e affidata alla squadra Mobile – con il marito che per due volte era stato sentito negli uffici della questura come persona informata dei fatti dando sempre la medesima versione: allontanamento volontario.
E dalla carte sarebbe sbucato pure un biglietto del treno. In circa un anno furono ascoltati alcuni testimoni, persino un paio di frati che conoscevano bene la coppia, ed effettuati, con tanto di ruspe ed escavatori, scavi in via del Formentale vicino al monastero. Anche l’abitazione dei coniugi era stata oggetto di perquisizione.
All’interno gli investigatori non avevano riscontrato niente di anomalo al di là di qualche immagine profana raffigurante icone malvagie tipo Lucifero o Belzebù e comunque rappresentazioni prive di carattere religioso come ci si può attendere da una persona che per un certo periodo a indossato la tonaca con lo corda annodata che richiama i voti di obbedienza, povertà e castità. Congetture, supposizioni, illazioni tante, indizi, tracce, prove nessuna. Ergo: gli atti rimessi al Commissario straordinario per le persone scomparse di nomina governativa e caso archiviato.
La nuova indagine
Da quel novembre 2012 sono passati quasi 14 anni. E una missiva firmata e circostanziata da un abitante di Farneta è arrivata in procura e il pubblico ministero di turno, Enrico Corucci, dispone una nuova inchiesta affidandola alla squadra Mobile diretta dal vice questore Rossana Di Laura con nuovi accertamenti e iscrizione nel registro degli indagati, come atto dovuto, dell’allora coniuge che oggi vive ancora in un edificio di proprietà dei frati e si è rifatto una vita con una nuova compagna dell’Est Europa e due figli.
Ipotesi di reato? Quella classica di omicidio e occultamento di cadavere. Così per 48 ore, sempre vicino a una casa colonica in via del Formentale anche se in una diversa zona rispetto a quella degli sbancamenti di 14 anni addietro, bulldozer e pale meccaniche da lunedì sono entrate in azione con l’ausilio dei vigili del fuoco che hanno utilizzato il nucleo speleo-alpino-fluviale per controllare una grotta nelle vicinanze della Certosa e del piccolo centro abitato. E i pompieri hanno utilizzato anche speciali unità cinofile da ricerca. Il tutto, al momento, senza esito.
Tanto, nella giornata di ieri, le ricerche sono state momentaneamente sospese e potrebbero essere riprese nelle prossime ore in un’altra zona collinare sempre nelle vicinanze del monastero. Possibile anche l’utilizzo di un cane molecolare dell'unità cinofila carabinieri del nucleo di Bologna già usato per l’esplosione avvenuta nella casa di Molazzana occupata dalla coppia orientale e in grado di individuare tracce ematiche e resti umani a distanza di anni.
L’ex monaco certosino
Gli abitanti di Farneta hanno poca di voglia di parlare. Dicono e non dicono. I parenti della povera Rosina sostengono che quel marito era geloso e possessivo. I frati invece lo hanno sempre difeso e tutelato. Perché il monaco di clausura originario della Colombia lavorava per la Certosa: dall’agricoltura usando spesso il trattore ai lavori di artigianato sistemando ante, porte e armadi sino a quelli di cucina. Era una sorta di factotum utilizzato come cuoco, ma anche per i lavori legati dalla sepoltura dei confratelli. Un elemento indispensabile per la comunità religiosa: attento, premuroso e fedele.
La testimonianza
Taglia corto Giampiero Menchini, il pastore di Farneta, che lo ha conosciuto nel periodo in cui era impegnato nella coltivazione dei terreni dei frati certosini: «So che lavora ancora per i frati, ma non lo vedo più nei campi come nel periodo antecedente alla scomparsa della moglie. Un tipo taciturno, di poche parole. Ma ognuno ha il suo carattere. Le poche volte che lo vedo ancora oggi ci salutiamo e stop. Cosa ne penso di questa storia? Io faccio il formaggio non le indagini».
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