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L’intervista

Sigfrido Ranucci al Tirreno: «Vi spiego tutte le false notizie che stanno girando su di me. E sul futuro di Report...»

di Libero Red Dolce

	Sigfrido Ranucci
Sigfrido Ranucci

Dai rapporti con le stagiste agli spettacoli cancellati: parla il giornalista Rai salito alla ribalta delle cronache per le sue inchieste “scomode”. «Uso la tecnica del “trapezista”»

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A pochi giorni dall’evento del 18 luglio alla Versiliana con “Diario di un trapezista” (alle 21,30), lo spettacolo tratto dal libro “La scelta”, Sigfrido Ranucci arriva a un passaggio particolare della sua vicenda pubblica. Mentre si interroga sul futuro di Report - «Vanno tutelate la squadra e la sua purezza» - e sul valore di un metodo giornalistico incentrato sull’idea di «cercare di alzare sempre l’asticella», si trova al tempo stesso al centro di una serie di vicende che hanno alimentato polemiche e interrogativi.  Dall’attentato sotto casa alle discussioni nate attorno al suo libro, fino al rapporto con il discusso imprenditore Valter Lavitola, l’attenzione si è spostata dal cronista alla persona.  «Contrariamente a quanto scritto da alcuni giornali e piattaforme social che non hanno saputo distinguere parti reali da quelle romanzate del libro, non ho mai avuto rapporti con stagiste», ha precisato recentemente. Ma cosa accade quando chi è abituato a raccontare le storie degli altri finisce dentro la notizia? E come cambia lo sguardo sul potere, sulle relazioni e sulla stessa idea di verità? Da qui prende avvio questa conversazione.

Il 18 luglio sarà alla Versiliana con “Diario di un trapezista”, spettacolo tratto dal suo libro “La scelta”. Eppure, nei giorni scorsi sono circolate voci secondo cui alcuni appuntamenti sarebbero stati sospesi per le vicende che la riguardano.

«Non è così, mi dispiace per chi continua a insinuarlo. L’annullamento di una data è legato a una vicenda che riguarda un incendio avvenuto in prossimità dell’impianto che avrebbe dovuto ospitarla. Gli organizzatori hanno deciso di rinviarla alla primavera per ragioni logistiche e di sicurezza. Non c’entra nulla l’inchiesta su Lavitola. Le altre date sono confermate e anche le presentazioni del libro stanno andando avanti regolarmente. È un metodo che vedo in azione: gettare fango, insinuare, come quando si dice che dietro Report c’è l’ombra dei servizi».

“Diario di un trapezista” racconta la lotta quotidiana di un cronista per difendere la libertà di stampa. Un tema attuale...

«Lo è. Viviamo un tempo in cui l’informazione è chiamata a confrontarsi con guerre, propaganda, disinformazione e tentativi di condizionamento sempre più sofisticati. Nello spettacolo racconto episodi che hanno segnato la mia vita professionale, ma soprattutto provo a spiegare perché il giornalismo debba continuare a svolgere il suo ruolo di controllo del potere. È un lavoro che comporta rischi e che spesso espone chi lo fa a pressioni e attacchi».

Se la vicenda di Lavitola fosse arrivata sulla scrivania di Report e il protagonista fosse stato un altro giornalista, quale sarebbe stata la prima domanda che gli avrebbe fatto?

«Mi sarei chiesto se il lavoro svolto fosse credibile. È più importante che sia puro il giornalista o che sia credibile il lavoro giornalistico? Che sia puro io o Report? Io non ho mai chiesto né preteso di essere considerato puro. Ho fatto per anni il cronista di giudiziaria, sono abituato a guardare le città dalle grate di un tombino. È un mestiere che ti porta a frequentare ambienti complicati, è facile fare gli esteri parlando con presidenti o ambasciatori o la politica seduti nei salotti. Se per fare il mio lavoro dovessi andare a cena con Messina Denaro o con Totò Riina, ci andrei. Il punto non è con chi parli, ma perché ci parli e cosa fai con le informazioni che raccogli».

C’è chi continua a sostenere che dietro Report ci siano protezioni o apparati.

«Dietro Report c’è una grande squadra. Fa paura l’indipendenza di questa redazione e fa paura la memoria che ha accumulato in tanti anni di lavoro. È una risorsa enorme per chi crede nel giornalismo e un incubo per chi vorrebbe controllarlo».

Inchieste che ricorda nello spettacolo, come lo scoop su Falluja.

«Fu uno dei momenti più importanti della mia carriera. Trovammo le prove dell’utilizzo del fosforo bianco durante il bombardamento del 2004. Era una questione enorme, perché l’uso massiccio di quell’agente contro persone solleva interrogativi rispetto alle convenzioni internazionali, violando la Convenzione di Ginevra sulle armi chimiche. Ottenemmo immagini e testimonianze che fecero il giro del mondo. Fu il primo vero scoop internazionale della Rai».

Uno spartiacque?

«Senza dubbio. Quell’inchiesta dimostrò che anche il servizio pubblico italiano poteva competere ai massimi livelli nel giornalismo investigativo. Da allora sono arrivati riconoscimenti importanti: tre Premi Ilaria Alpi, il Premio Montanelli, il Premio Scalfari, il Premio Purgatori e altri ancora. Non me li ha fatti vincere Lavitola. Sottolineerei che la squadra di Report è la più premiata nella storia del giornalismo televisivo italiano».

Da dove nasce il titolo “Diario di un trapezista”?

«Da un insegnamento di Roberto Morrione. Mi diceva: “Quando pensi di essere diventato l’obiettivo di qualcuno, fai come il trapezista, salta sul trapezio successivo. Sarà più difficile colpirti”. È una lezione che mi è rimasta dentro. Dopo l’inchiesta sull’Autogrill finimmo al centro di un dossieraggio falso e diventammo noi il bersaglio. In quel momento scegliemmo di andare avanti con inchieste su Banca d’Italia ed Eni, due centri di potere enormi».

Anche Report oggi sembra sotto attacco. Ci sarà ancora nel palinsesto?

«Indipendentemente da me, Report va tutelato. Va tutelata la redazione, va tutelata la sua autonomia. Possono discutere di Ranucci quanto vogliono, ma non devono esserci contaminazioni sul lavoro della squadra. Molti vorrebbero mettere le mani sopra Report, ma sulla serietà e sull’indipendenza di chi ci lavora non si discute».

Che risposta sta ricevendo dal pubblico in queste settimane?

«La frase che sento più spesso è: “Entro in uno spettacolo ed esco in un altro modo”. Per me vale più di qualsiasi recensione. C’è un legame molto forte, viscerale, con il pubblico e credo dipenda dal fatto che le persone percepiscono l’autenticità e il valore civile di quello che provo a raccontare. Non vengono per assistere a una celebrazione, ma per condividere un percorso».

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