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Stroncati dal caldo e costretti a pedalare – Perché per i rider toscani l’allerta non esiste e i malori che nessuno racconta

di Sara Venchiarutti

	La dura vita dei rider in Toscana stroncati dal caldo (Foto di repertorio)
La dura vita dei rider in Toscana stroncati dal caldo (Foto di repertorio)

Sotto il sole di luglio i fattorini restano in strada per ore, in attesa di una chiamata che spesso vale pochi euro. Tra turni infiniti, algoritmi che decidono le loro giornate e casi di malori che raramente emergono, il sindacato denuncia condizioni di lavoro sempre più dure e una tutela che, di fatto, non arriva mai

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LUCCA. Fa caldissimo. D’altronde sono le 13 di un giorno di luglio. Ma è anche ora di pranzo, così qualcuno ordina da mangiare attraverso una delle piattaforme disponibili. Uscire? Non se ne parla. In strada, sotto il sole, spalle appoggiate al muro e bicicletta a fianco, c’è un rider. Non perde di vista il cellulare, aspetta uno di quegli ordini. Lavora a cottimo e, se vuole guadagnare, deve essere il più possibile disponibile. E l’orario del pranzo è quello in cui viene chiamato più spesso. Ergo, più consegne. Come per la cena. Il telefono trilla, lui inforca la bicicletta. Ma fa caldo. «Nelle ultime settimane siamo venuti a conoscenza di una decina di casi di insolazioni e colpi di calore. Sono quelli che sappiamo, di solito non viene denunciato l’80% degli infortuni», dice Paolo Puccinelli, segretario provinciale Nidil Cgil Lucca.

L’ordinanza regionale e i limiti applicativi

Nell’ordinanza regionale emanata per fare fronte al caldo, e valida fino al 31 agosto, si legge «di attività lavorativa nei settori agricolo e florovivaistico, nei cantieri edili all’aperto e nelle cave, in condizioni di esposizione prolungata al sole». In realtà sarebbero contemplati anche i rider visto che operano all’aperto, però nella pratica nulla cambia, assicura il sindacato. Anche perché il pranzo è tra gli orari in cui si lavora di più, e loro lavorano a cottimo.

Normative difficili da applicare e sfruttamento radicato

«Sono normative – conferma Puccinelli – di difficile applicazione, non ci sono adeguate forme di controllo e quindi la cosa finisce lì, non succede niente. È sempre stato un problema fare emergere queste figure come vittime di situazioni scandalose di sfruttamento radicato, agonizzanti come retribuzione e diritti. Portare all’attenzione questa tematica è difficile a tantissimi livelli. C’è anche il problema della rappresentanza: a causa di barriere linguistiche, è difficile esprimersi e anche farsi capire. Poi c’è tanta omertà, per paura di non trovarsi in situazioni difficili».

I rider a Lucca: condizioni diverse, ma problemi comuni

Questo è un primo elemento per i circa 200 rider che lavorano su Lucca. Qui la situazione, spiega il segretario provinciale del Nidil, è un po’ «più variegata, nel senso che in diversi lavorano direttamente per bar, ristoranti, locali, con condizioni migliori». Poi, ci sono gli altri. «Si tratta di un lavoro subalterno, mal retribuito, con difficili condizioni legate, al momento, al caldo: si fanno consegne anche con 35°». E i rider, ricorda Puccinelli, «lavorano a cottimo. Non hanno malattie, non hanno ferie. Più lavori, più guadagni. La paga – spiega il sindacalista – può prevedere anche 3,50 euro a consegna, in altri casi 5; qualche consegna più lontana viene pagata di più. È complesso quantificare quanto si riesca a guadagnare al mese, ma è difficile anche arrivare a 600 euro».

Attese interminabili e algoritmi che decidono la giornata

Poi, prosegue, «ci sono le lunghe attese tra una chiamata e l’altra. Così i lavoratori possono passare anche intere ore al caldo, appoggiati ad aspettare una chiamata. La loro giornata dipendente dagli algoritmi». E i tempi di consegna «non sono lunghi, si oscilla dai 20 ai 40 minuti, a volte di difficile realizzazione. Alcuni usano la macchina, altri la bicicletta o il motorino. E un conto – sottolinea Puccinelli – è muoversi a Lucca, un altro sono le zone collinari o quelle della Piana. Come sindacato, stiamo cercando di contattarli. Abbiamo anche avanzato – fa sapere il sindacalista – una richiesta di una Casa dei rider, un posto dove incontrarsi, ripararsi e accudire i mezzi di locomozione».

Stress, mancanza di riposo e Partita Iva

Da un lato il lavoro dei rider è faticoso; dall’altro «non hanno quasi mai la possibilità di riposare», aggiunge Puccinelli. C’è l’attesa, sì; quella in cui aspetti l’arrivo di una consegna. «Stai fermo, però – sottolinea il sindacalista – non guadagni, ti stressi perché aspetti la chiamata e devi stare sempre attento per intercettarla». In più, «un aspetto che sta venendo fuori in maniera diffusa, quindi è più preoccupante, è la richiesta di aprire una Partita Iva, con tutti i problemi da un punto di vista fiscale, a fronte di un lavoro mal retribuito». Dipende dalla distanza, ma «l’ordine minimo è di 3,77 euro, poi tassati del 22%. Ci sono però anche ordini con un compenso maggiore», spiega un giovane rider, che preferisce restare anonimo per non rischiare ripercussioni.

Le testimonianze dei rider: costi, fatica e precarietà

Ha iniziato questo lavoro nel 2020 e ha continuato per qualche anno. Poi ha smesso, ma ha iniziato da poco. «Prima facevo le consegne in bicicletta, poi ho iniziato a usare la macchina e i costi sono molto più alti, a causa dell’aumento del prezzo della benzina», sottolinea. Chi pedala non ha queste spese, certo. Però lui si ricorda ancora cosa significasse portare gli ordini in sella alla bici. «Era veramente tosto. La mia – racconta – non era nemmeno elettrica, e comunque ti prendi di tutto: caldo, freddo, pioggia». Lui, dice, fa questo lavoro «per arrotondare. Viverci è possibile, ma devi lavorare tutto il giorno e con la bici, in modo da ridurre i costi di trasporto».

Il “veterano”: orari, guadagni e limiti del mestiere

Anche un altro rider, ormai un “veterano”, vede alcuni suoi colleghi lavorare sempre, tutti i giorni, dalla mattina alla sera. «Obiettivamente – spiega – è molto faticoso iniziare alle 10 e staccare alle 11 di sera. Siamo a cottimo, più consegne fai, più guadagni. Sono scelte, lavorando tanto fai delle cifre interessanti». Lui, invece, ha deciso diversamente: «Inizio a lavorare alle 11,30 di mattina e vado avanti fino alle 13,30 o le 14. Poi stacco, anche perché non ce la faccio più, e ricomincio verso le 18,30 fino alle 20,30-21. Ho degli orari abbastanza buoni. E continuare nelle altre fasce orarie secondo me non vale la pena, perché le consegne sono davvero poche». Lui riesce anche a guadagnare a sufficienza. «Per me – sottolinea – è impagabile la flessibilità che questo lavoro offre, per questo l’ho scelto con consapevolezza». Ora però, dopo diversi anni, «mi sto organizzando per mollare. Lo puoi fare finché sei giovane: non hai mai fatturati regolari, nel senso che non sai mai cosa può succedere il giorno successivo. Non avendo un contratto, c’è troppa incertezza». In generale, «il segreto – spiega – è capire le consegne da fare per individuare quelle più vantaggiosa. Il sistema incentiva ad andare come un razzo».

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