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In Maremma la partita toscana dell’olivicoltura: investitori e stranieri scatenati

di Massimiliano Frascino
In Maremma la partita toscana dell’olivicoltura: investitori e stranieri scatenati

Imprenditori e fondi investono nei terreni. E producono tre volte le colture tradizionali. Finora c’erano 100 olivi ad ettaro, ora con il metodo intensivo si raggiungono le 1.000 piante per ettaro

27 novembre 2023
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Si gioca nella Maremma grossetana e nell’area delle Valli etrusche la partita decisiva per l’olivicoltura regionale. Complici i grandi spazi pianeggianti che attraversano da nord a sud, infatti, proprio qui si sta sviluppando il modello colturale degli olivi intensivi e super intensivi, che potrebbe essere alternativo ai sesti d’impianto tradizionali e specializzati che hanno fatto la fortuna del paesaggio toscano a partire dal Rinascimento.

Leccino, Maurino, Frantoio e Moraiolo, le cultivar autoctone per eccellenza, contro le iberiche Arbosana e Arbequina, con le subordinate Lecciana e Coriana, i due cloni messi a punto nell’università di Bari con la spagnola Agrimellora incrociando cultivar italiane e spagnole.

Un confronto serrato che tutti dicono di non volere ma che nei fatti è già iniziata da tempo. Ben rappresentato in termini simbolici dal frantoio dell’Olma di Braccagni, Grosseto, a pieno regime in grado di produrre 9.000 tonnellate di olio Evo Igp Toscano, e da quello nuovo appena ultimato a poco più di un chilometro in linea d’aria nella zona produttiva di Roccastrada, di proprietà della Arte Olio, tarato su una produzione di mille tonnellate all’anno di olio Evo Italiano. Che le cose stiano cambiando, si vede a occhio nudo viaggiando lungo la variante Aurelia. Nella pianura a nord di Grosseto, tra la frazione di Braccagni e quella di Giuncarico (Gavorrano), ad esempio, si estendono a perdita d’occhio i filari dei nuovi olivi ad alta intensità, 1.600 piante a ettaro perlopiù di varietà Arbequina e Arbosana, messi a dimora dal 2020 a oggi dalla Arte Olio.

Società con una quindicina di soci toscani e del nord Italia, sostenuta dal fondo di private equity Verteq Capital, che nel grossetano ha investito oltre 40 milioni su impianti olivicoli superintensivi.

Rocco Delli Colli, imprenditore italo svizzero della ristorazione, invece, ha puntato sull’intensivo da mille piante per ettaro, acquistando tre aziende a Scarlino, Campagnatico e Orbetello, per altri 500 ettari di oliveti, in questo caso biologici e con cultivar autoctone (Leccio del Corno e Maurino Vittoria) per imbottigliare Igp Toscano.

Monini, celebre marchio dell’olio made in Italy, ha acquistato il borgo rurale di Perolla (Massa Marittima), dove ha piantato 245 ettari con 350mila ulivi. Altri 100 ettari con sesti intensivi e cultivar toscane li ha piantati Antinori a Gavorrano. Oppure i 100 superintensivi dell’azienda agricola Nuova Casenevole di Civitella Paganico.

In attesa che Farchioni (in joint venture con Bonifiche Ferraresi), altro marchio storico del made in Italy, decida cosa fare dei 750 ettari acquistati dalla Provincia di Grosseto alla Diaccia Botrona.

E così via, fino alle piccole aziende, ossatura portante dell’olivicoltura tradizionale e specializzata a marchio Igp Toscano, che sempre più spesso affiancano nuovi impianti intensivi e superintensivi, sperimentando cultivar spagnole, autoctone e cloni come Lecciana e Coriana.

L’olivicoltura, nel frattempo, in provincia di Grosseto, è passata dai 18mila ettari del 2018 ai 20-22mila attuali, in netta crescita. Anche se circa la metà dei vecchi oliveti a sesti tradizionali, 100 piante/ettaro, che si trovano in collina o nelle aree pedemontane sono di fatto abbandonati a sè stessi, perché la loro coltivazione è antieconomica. Quest’annata olivicola, intanto, in Maremma è andata generalmente meglio che nel resto della Toscana.

Nella battaglia tra modelli colturali quello che fa la differenza sono le rese, i costi e il prezzo alla produzione.

Un ettaro a coltura olivicola specializzata, fino a 400 piante, in condizioni ottimali garantisce 35-40 quintali di olive.

Lo stesso ettaro condotto con coltura super intensiva e cultivar spagnole Arbosana e Arbequina – da 1.600 a 2.300 olivi – ne può garantire da 120 a 150 quintali. Il superintensivo consente raccolta e potatura meccanizzata con le “scavallatrici”, circa 600 euro/ettaro, mentre coltura specializzata e tradizionale richiedono raccolta e potatura manuale, per un costo di circa 2.000 euro/ettaro. Il superintensivo, si dice, diventa redditizio con un prezzo di 5,5 euro/litro, pur richiedendo investimenti per l’impianto di 20/22mila euro/ettaro. Con lo specializzato ce ne vogliono almeno 8.50-9.00 al litro. Gli olivi ad alta densità, inoltre, richiedono impianti di soccorso e assorbono acqua quasi come un ettaro di mais, ed è più facile sviluppino fitopatologie. Il sapore dell’olio ricavato dalle varietà iberiche si distingue abbastanza da quello prodotto con le cultivar autoctone. Meno quello dei cloni Lecciana e Coriana. Infine, l’olio superintensivo sembra avere una “shelf life” (durata di vita) un po’più breve rispetto a quello da cultivar autoctone.

 

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