Prato, il caso Acca si è spostato dalla strada alle aule dei tribunali
Un giudice di Prato aveva respinto il ricorso di 51 pronto moda cinesi, un giudice di Pisa ne ha accolto uno presentato da altri 14. L’ironia del Sudd Cobas: «L’Italia è una repubblica fondata sui saldi?»
PRATO. Il giudice civile di Prato nei giorni scorsi ha respinto il ricorso d’urgenza di 51 pronto moda cinesi che volevano rientrare in possesso della merce bloccata nel deposito di Acca di Seano, presidiato dal Sudd Cobas dopo l’annuncio della chiusura che mette a rischio 95 posti di lavoro. Ora invece un giudice del lavoro di Pisa, a cui si sono rivolti 14 pronto moda perché la sede legale del sindacato è a Pontedera, ha accolto il ricorso d’urgenza rinviando la decisione di merito al 24 luglio. Il blocco delle merci intanto continua e il sindacato commenta: «Una decisione che lascia a bocca aperta. Un attacco inaudito al diritto di sciopero e all’articolo 40 della Costituzione. Ci troviamo oggi ad apprendere dalla stampa come un ricorso identico presentato al Tribunale di Pisa sia stato accolto dal giudice Salvatore Ferraro. Il giudice ha deciso con provvedimento inaudita altera parte, ovvero senza nessuna udienza e nessuna possibilità di contraddittorio. Ci è stato impedito ogni diritto di difesa. È qualcosa che non ha precedenti. La decisione del giudice si basa su una valanga di menzogne affermate nel ricorso da parte delle aziende. Menzogne che sono state "prese per buone" ed erette a verità senza averle nemmeno sottoposte al contraddittorio ed all'onere della prova. Farebbe sorridere, se non fosse per la sua gravità, il modo in cui si è ribaltata completamente la dinamica tra aggrediti ed aggressori rispetto a quanto accaduto durante l'assalto organizzato da padroni e caporali al presidio. La decisione di procedere inaudita altera parte é stata motivata con l'arrivo dei saldi estivi. In nome loro si è sacrificato il diritto di difesa e lo stato di diritto con un provvedimento cautelare che non ha precedenti. Eravamo una repubblica fondata sul lavoro. Siamo diventati una repubblica fondata sui saldi?».
«Il messaggio che viene mandato è inquietante – aggiunge il sindacato – Come quello mandato dalla Procura di Prato con i Decreti di sequestro che portarono allo sgombero del 3 luglio. Chi non vuole i picchetti vuole la schiavitù, lo torniamo a ripetere. Prato in queste settimane ha già dimostrato da che parte sta: con chi lotta contro sfruttamento, mafie e caporalato. E c'è un’intera città che continua a chiedersi perché tutto questo accanimento contro il diritto di sciopero proprio ora che lo sciopero ed i picchetti si rivolgono contro un’azienda con i titolari di fatto condannati per mafia, un sequestro per frode fiscale da 71 milioni di euro ed un processo per caporalato sul groppone. Qualcuno, prima o poi, una risposta dovrà pure darla. Non vogliamo neanche commentare le illazioni secondo cui il sindacato avrebbe richiesto soldi in cambio della consegna della merce ai pronto moda. Abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di prendere tutte le azioni legali per diffamazione e calunnia».
Intanto i pronto moda cinesi hanno indetto un’assemblea per venerdì 17 alle 11 all’Art Hotel Museo nella quale esporranno le loro ragioni.
«L'incontro rappresenterà un momento di confronto aperto durante il quale saranno illustrati i fatti, le azioni già poste in essere e le richieste rivolte alle autorità competenti affinché la vicenda possa trovare una rapida definizione nel pieno rispetto della legge – dicono i pronto moda cinesi – Il paradosso dell’ intera vicenda risiede nella circostanza per cui ad oggi non è stata emessa alcuna convalida di sequestro da parte della Procura competente e dunque la merce è formalmente libera da vincoli giuridici ma bloccata fisicamente dai manifestanti che, a tutt’oggi, presidiano lo stabilimento. Gli imprenditori ribadiscono con fermezza di non contestare il diritto allo sciopero, ma chiedono che venga garantito anche il diritto di rientrare in possesso della merce regolarmente acquistata e interamente pagata, la cui mancata riconsegna sta causando pesanti ripercussioni economiche sulle aziende coinvolte, mettendo a rischio investimenti, posti di lavoro e la continuità dell'attività imprenditoriale».
L'avvocato Nunzio Giudice, legale degli imprenditori, dichiara:
«Il tempo che passa pesa ogni giorno di più sulle imprese che assisto. Parliamo di merce regolarmente acquistata, pagata e destinata all'attività commerciale di aziende che oggi vedono compromessa la propria operatività. Continuiamo ad avere piena fiducia nella Magistratura e nelle Istituzioni e non chiediamo privilegi né scorciatoie: chiediamo esclusivamente il rispetto della legge, la tutela del diritto di proprietà e la restituzione della merce ai legittimi proprietari. Dietro questa vicenda ci sono imprese, lavoratori, famiglie e anni di sacrifici che non possono essere ignorati. L'auspicio è che tutte le autorità competenti possano contribuire a una rapida definizione della vicenda, nel rispetto dei diritti di tutte le parti coinvolte».
Gli imprenditori rivolgono un appello al Governo, al Parlamento, alla Regione Toscana, agli Enti locali, alla Magistratura, alle Forze dell'Ordine e a tutte le Autorità competenti affinché seguano con la massima attenzione una vicenda che coinvolge non soltanto il destino di centinaia di aziende, ma anche quello dei lavoratori e dell'intero tessuto economico interessato.
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