Il Tirreno

Pistoia

Il caso

Il “cacciatore” di coccodrilli e il mistero del lago di Masiano: l’analisi del Dna ambientale, l’uscita notturna e la gabbia di 4 metri

di Tiziana Gori

	Olivier Behra e la foto da cui è partita l’indagine
Olivier Behra e la foto da cui è partita l’indagine

L’esperto, dopo un paio di giorni in zona, è ripartito verso la Francia: «Ho raccolto campioni, per ora nessuna prova». Sopralluogo con il barchino insieme al titolare

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PISTOIA. Olivier Behra, 63 anni, alsaziano, uno dei massimi conoscitori al mondo di coccodrilli, è rientrato ieri 4 luglio in Francia. Lo abbiamo intercettato in aeroporto prima della partenza: «È ancora impossibile pronunciarsi», ci ha detto. «Faremo cercare Dna, ma non c’è nulla di sicuro al momento». Sono state raccolte delle tracce, dunque, e l’analisi ora è affidata a un laboratorio francese, per dare alla vicenda il primo discrimine oggettivo: o c’è un fondamento biologico alla storia del “coccodrillo di Masiano”, o non c’è. Fino ad allora, la cronaca si ferma alla cautela.

L’esperto

Behra era arrivato a Pistoia giovedì 2, chiamato dalla società Reali, proprietaria del vivaio che si affaccia sul lago artificiale al centro del caso. Una scelta non scontata per un’azienda di una piccola città, maturata dopo settimane di voci, foto sfocate e un tam-tam che, al netto della curiosità, ha finito per pesare sull’immagine della proprietà. «È la società Reali che mi ha chiesto di venire», conferma l’esperto, «e vedremo nei giorni e nelle settimane a venire se dovrò tornare». Il mandato era chiaro: capire se nel bacino possa davvero annidarsi un rettile esotico, come ipotizzato dopo il presunto avvistamento di metà maggio.

Il protocollo applicato in questi giorni è quello tipico delle verifiche in contesti lacustri: sopralluogo diurno per mappare accessi, vegetazione e possibili vie di fuga, quindi uscite notturne su un piccolo barchino, con strumenti di avvistamento e una torcia puntata a radente sulla superficie. Di notte, gli occhi dei coccodrilli restituiscono un riflesso rosso caratteristico: è uno dei segnali che si cercano. Ma a Masiano, al momento, nulla. Il perimetro del lago – due ettari di superficie per una profondità che arriva a quindici metri – è stato messo in sicurezza; l’area è recintata e, se anche un esemplare fosse presente, non avrebbe modo di allontanarsi.

Nel frattempo è pronta una gabbia metallica, progettata dallo stesso Behra: quattro metri di lunghezza, galleggianti e un portellone a molla che scatta quando l’animale entra. L’eventuale esca – un pollo morto, ad esempio – potrebbe aiutare, ma l’esperto invita a non farsi illusioni: in un bacino ricco di pesci e anatre, la fame non è un richiamo affidabile.

Il sopralluogo e le possibili piste

Proprio ieri sera, durante un sopralluogo sul lago insieme al titolare del vivaio, Maurizio Bartolini, le anatre dormivano placidamente al centro dello specchio d’acqua. Un dettaglio che, al netto della suggestione, vale come indizio di normalità ecologica: niente fughe precipitose, nessun segnale di predazione in atto. Le foto trappole installate nelle scorse settimane non hanno restituito elementi conclusivi; da qui l’idea – e la responsabilità – di far parlare la scienza.

La pista del Dna ambientale, in questi casi, è la più lineare: si campionano acque, fanghi, superfici dove l’animale, se presente, può aver lasciato cellule o residui biologici; si estrae il materiale genetico e si cercano corrispondenze specie-specifiche. Non sempre funziona, e non sempre nei tempi rapidi dell’informazione; ma un “no” ben fondato vale più di cento “forse”.

Il lago

Il quadro operativo resta condizionato dalla morfologia del lago. L’ampiezza del bacino e la profondità offrono molti anfratti dove un rettile di piccola o media taglia potrebbe nascondersi. La stagione, per contro, gioca una partita a due tempi: ora il caldo rende l’acqua più attiva e la vegetazione più fitta; a fine agosto, con il livello più basso, molti argini si scoprono e “si restringe il cerchio”, come dicono i tecnici. Non a caso Behra lascia aperta l’opzione di un rientro verso la fine dell’estate, quando i controlli potrebbero essere più efficaci. L’inverno, semmai, è il vero spartiacque biologico: in contesti simili, racconta l’esperto, non è raro che esemplari introdotti non superino stagioni particolarmente rigide.

Resta la domanda di fondo: come sarebbe arrivato fin qui un coccodrillo? La risposta più probabile, parla di introduzioni illegali o incoscienti: animali esotici tenuti in cattività e poi liberati quando crescono, o quando diventano ingestibili. Un fenomeno noto agli studiosi di specie aliene invasive e alle autorità ambientali, e che Behra – ambientalista, etnobotanico, pioniere dello sviluppo sostenibile, fondatore delle Ong Man and Nature e L’Homme et l’Environnement – considera da anni uno dei fattori di pressione più seri sulla biodiversità. Non solo grandi vertebrati: anche insetti e piante, trasportati dalla globalizzazione fuori dai loro habitat, possono compromettere equilibri delicati. È una lezione che il caso di Masiano, a prescindere dall’esito, rimette al centro.

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