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Pisa, morta per il tumore non visto: familiari risarciti con un milione di euro

di Pietro Barghigiani
Pisa, morta per il tumore non visto: familiari risarciti con un milione di euro

Secondo i periti avrebbe potuto salvarsi con una diagnosi tempestiva, condannata l'Azienda ospedaliera

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PISA. Il medico non vide il tumore al colon. E non se ne accorse neanche nel corso delle visite che la paziente per anni aveva continuato a sostenere per quei dolori che le davano il tormento. Un ritardo nella diagnosi, accompagnato a un’esecuzione chirurgica non effettuata al meglio, segnò la sorte di una pensionata di 74 anni spirata nel 2021. Quelle che per il Tribunale sono state le evidenti negligenze del medico e, per responsabilità oggettiva, anche dell’Aoup pisana, si sono tradotte in una condanna per l’Azienda ospedaliera a risarcire con circa un milione di euro marito e figlia della paziente, assistita da uno studio legale di Viareggio.

Un calvario iniziato in sordina con le prime visite nel 2008 e giunto al termine poco più di cinque anni fa. Dalla neoplasia al colon, la metastasi aveva raggiunto i polmoni provocando l’insufficienza respiratoria fatale.

La signora morì nell’ospedale pisano che ora il Tribunale (giudice Alessandra Migliorino) stabilisce essere stato colpevole per l’inerzia nella diagnosi della patologia letale.

La relazione del collegio peritale è chiara nell’attribuire lacune ed errori di valutazione.

«Opportunamente trattata in un momento antecedente la diffusione della malattia, avrebbe potuto evitare l’intervento chirurgico demolitivo e la diffusione delle metastasi che ha determinato la morte – si legge nel documento – Il decesso è, quindi, ascrivibile alla condotta colposa dei medici che l’hanno avuta in cura, consistita nell’omessa diagnosi della neoplasia conseguente alla mancata esecuzione degli accertamenti clinici routinari, quali la colonscopia e la ricerca del sangue occulto fecale in una paziente con sintomatologia riferibile ad Etp colon-rettale, in presenza di fattori di rischio accertati e in assenza di opportuna obbiettivazione clinica e raccolta anamnestica».

I periti nominati dal giudice hanno sottolineato che «un approfondimento clinico eseguito nelle prime visite (del 2008-2009) avrebbe potuto portare alla diagnosi di lesione ancora benigna e quindi ad una prevenzione secondaria efficace del cancro rettale. Comunque, anche un’indagine strumentale eseguita successivamente (2010-2012), se non con la stessa efficacia di prevenzione, con ogni probabilità, avrebbe permesso una diagnosi tempestiva di lesione già maligna, ma suscettibile di trattamento con caratteri di radicalità».

A voce i periti hanno ribadito che «il ritardo diagnostico per negligenza e l’esito infausto che ebbe il procedere dei fatti è chiaro ed inoppugnabile il nesso causale».

Il Tribunale fa risalire l’errore originario al 2009, «essendo il periodo corrispondente istologicamente alla presenza di una lesione precancerosa e in sé, in quanto tale, benigna. Ne consegue che il decesso è causalmente riconducibile alla condotta del medico che la ebbe in cura, nella misura in cui una tempestiva indagine diagnostica avrebbe consentito dapprima l'individuazione di una lesione ancora benigna (dal 2009) e, comunque, anche in epoca successiva (2010-2012), la diagnosi di una neoplasia ancora suscettibile di trattamento radicale, evitandone l’evoluzione infausta».

Le contestazioni di negligenze vengono estese anche ai sanitari che l’avevano operata procedendo con «la resezione anteriore del retto in laparoscopia, anziché con la tecnica chirurgica tradizionale e hanno sottovalutato le complicanze insorte nel decorso post operatorio che hanno determinato la perforazione intestinale e la conseguente necessità di effettuare un secondo intervento chirurgico demolitivo (colonstomia) altamente invalidante».

Seguita fin dall’inizio dal reparto di Gastroenterologia e Malattie del Ricambio dell’Aoup, la pensionata nel corso degli anni diventò sempre più fragile e debilitata. Non solo fisicamente. La consapevolezza che il suo destino fosse segnato era un tarlo quotidiano di cui non faceva mistero con familiari e amici. Una voce di danno che il Tribunale ha incluso nel calcolo della somma da risarcire agli eredi.l

Pietro Barghigiani

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