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Livorno

Igor Protti
Il racconto

Un amore lungo tre generazioni: ecco cosa ha seminato Igor Protti

di Alessandro Lazzerini

	La curva nord
La curva nord

Allo stadio gente di ogni età, Nord e tribuna piene, aperta anche la Sud. Da Diamanti a Galante e Balleri: presenti tantissime ex colonne amaranto

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LIVORNO. Tutti insieme con Igor Protti. Recitava un vecchio striscione. A simboleggiare come Igor fosse il capo popolo del Livorno in quegli anni. Lui davanti e dietro tutto il resto, tifosi, squadra, città: tutti pronti alla battaglia sportiva. Andando alla ricerca della vittoria, tanto inseguita e poi trovata, con l’amaranto addosso. Stavolta serve cambiare una preposizione: tutti insieme, per Protti.

All’Armando Picchi c’erano tutti. C’erano quarant’anni di storia del Livorno sul prato verde dell’Ardenza. Come avere in mano un almanacco tinto d’amaranto. Solo che lo avevamo davanti a noi. Con gli occhi lucidi. I nostri e quelli di chi con questa maglia ha scritto le pagine più trionfali.

Occhiali scuri, un dolore che gli si leggeva in ogni angolo del viso. Cristiano Lucarelli era lì. «E’ la prima volta in cinquant’anni che non vengo volentieri allo stadio». Una frase che spiega davvero tutto peer uno come lui che ha il sangue amaranto dentro le vene. Il dolore dentro dell’altro simbolo del Livorno, che testimonia quella che è stata la sensazione di un popolo intero. Lo stomaco che si rivolta, la mente che non riesce a pensare a un mondo senza Protti.

Quella gente che già alle 17 era tutta all’Armando Picchi. La Curva Nord si è radunata sotto al settore, mentre la tribuna ha cominciato subito a popolarsi. Dai portoni dello stadio entravano fiumi di gente. A decine, a centinaia. In neanche mezz’ora c’erano già quasi 8.000 persone. Tempo poco e si è arrivati a superare quota 10.000. Tribuna e curva piene in ogni ordine di posto, tanto che si deciderà di aprire anche il settore ospiti dove in breve arrivano altre centinaia di persone. Almeno 12.000 spettatori per l’ultimo saluto a Re Igor, 12.000 cuori livornesi. Un mare di gente, colorato di amaranto, maglie con il numero 10 che spuntavano ovunque. L’unico dieci, l’unico Re.

A bordocampo, come detto, c’era la storia del Livorno. Migliaia di presenze e di gol con l’amaranto addosso. Da Corrado Nastasio, a Paolo Stringara, passando per Andrea Bagnoli, Enio Bonaldi, Fabio Galante, Andrea Luci, Corrado Colombo, Marco Amelia. «E’ uno scenario surreale, incredibile. Dimostra che persona che è stata Igor. In questi giorni mi sono arrivati messaggi da tutta Italia, da parte di tifosi di qualsiasi squadra. Igor era rispettato da tutti e questo testimonia una volta di più la persona che è stata. Condividere lo spogliatoio con lui è stato un onore assoluto».

C’era David Balleri, Francesco Valiani, Fabrizio Boccafogli, Gianmatteo Mareggini, Eupremio Carruezzo Quel Livorno magico che dalla Serie C è arrivato fino alla Serie A, trascinato proprio da Protti, era lì con tantissimi dei suoi interpreti. C’era Alessandro Doga, direttore sportivo del Livorno, così come Luca Mazzoni, in lacrime seduto sul prato del Picchi. Emozioni che non riesci a controllare, perché è possibile.

Lo sa bene anche Alessandro Lucarelli, visibilmente commosso, mentre appoggiato a una ringhiera ammirava i cori della Nord in onore al capitano di sempre. «Era l’idolo di una generazione intera. Ha dato tutto quella aveva per la nostra maglia e la nostra città. La risposta che ha dato oggi Livorno è semplicemente ciò che Igor ha seminato in questi anni. E’ stato unico».

La lista degli ex amaranto è infinita. Da Alessandro Diamanti e Christian Scalzo a Ricky Di Bin, da Davide Matteini e Gianpiero Piovani a Lorenzo Collacchioni e Gabriele Morelli con Andrea Gasbarro, passando per chi la maglia del Livorno l’ha vestita in Eccellenza e Serie D, quando Igor non ci pensò due volte a fare la sua parte per riportare l’amaranto dove meritava. C’era Paolo Toccafondi, nche lui visibilmente commosso. Insieme a Mattia Lucarelli, Francesco Neri, Federico Apolloni, Elia Giampà e chi invece il Livorno lo ha avuto addosso nell’ultima stagione: Filippo Tani, Jacopo Marinari, Diego Peralta. E Andrea Luci naturalmente. Livornesi con il Livorno nel cuore.

Eccola qui la forza più grande di Igor Protti. A ricordarlo c’erano tre generazioni di livornesi sugli spalti e più di quarant’anni di storia amaranto sul rettangolo verde. Da Corrado Nastasio, che il Livorno lo ha vestito nel 1968, a Diego Peralta, che pochi mesi fa a Pontedera ha segnato il penultimo gol del campionato appena terminato.

In tribuna c’era anche il presidente del Livorno, Joel Esciua, con in mano una maglia del Livorno. In tribunetta d’onore anche Fernandez e Mosseri.

L’ultimo aspetto da sottolineare, in questo senso, è un altro. A bordocampo, sugli spalti, in braccio a genitori, mentre correvano dietro a un pallone fuori dallo stadio, era davvero pieno di ragazzini. Nessuno di loro ha visto giocare Igor, nessuno di loro lo ha probabilmente neanche visto. Erano lì. Perché chi vuole bene al Livorno sa che Protti è infinito, eterno. E i valori che il Capo degli Ultrà ha sempre rappresentato dovranno essere trasmessi per sempre. Anche e soprattutto ai figli. Appartenenza, amore per la maglia e quella voglia di gettare sul rettangolo verde ogni stilla di energia che uno ha in corpo. Questo è stato Protti, come calciatore, prima di qualsiasi talento o rete segnata. Un calciatore e soprattutto un uomo di cui tutta la città andrà per sempre fiera.

A un certo punto, davanti alla panchina del Livorno, un bambino tira fuori un pallone di quelli piccoli con cui si gioca in casa o nei cortili. Gioca a “scattino” con un suo amico. Gli chiede di mettersi in porta. Ha il numero 10 amaranto sulla schiena e gli dice: “io faccio Protti”. La storia è diventata Leggenda. Grazie Igor, eterno capitano.


 

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