Nedo Sonetti compie 85 anni: le sue due grandi scoperte e quando ha sfiorato le panchine di Inter e Milan
La fabbrica, i primi calci nella Gabetto, la passione per la medicina ereditata dalla mamma infermiera: il Caronte di Piombino si racconta, fra campioni e aneddoti. Quella battuta a Pasciullo...
PIOMBINO. Il pallone come simbolo di riscatto sociale con l’obiettivo _ nemmeno troppo recondito _ di calcare un giorno i campi della serie A. Non c’è riuscito indossando calzoncini e maglietta, ma ci ha riprovato, e stavolta con grande successo, seduto su una panchina diventando uno dei tecnici più apprezzati degli anni Ottanta-Novanta con cinque promozioni dalla B alla A (Atalanta, Udinese, Ascoli, Lecce e Brescia, solo Gigi Simoni ha fatto meglio con sette vittorie), una della C1 alla B (Sambenedettese), un’altra dalla C2 alla C1 (Cosenza). Lo scorso 25 febbraio Nedo Sonetti, il ‘Caronte di Piombino’, per aver traghettato la stragrande maggioranza delle 21 squadre di 12 regioni diverse verso la vittoria del campionato o un’insperata salvezza, ha compiuto 85 anni trascorsi in ospedale per una fastidiosa forma di polmonite e festeggiati successivamente in famiglia a Mezzana di Prato con i due figli e i quattro nipoti.
Un burbero allegro, un maledetto toscano dalla fama di sergente di ferro, ma in realtà una persona capace di farsi voler bene dai suoi calciatori. Da personaggio autenticamente ruvido il calcio di oggi non lo digerisce: «Quando vedo in tv una squadra che fa il possesso palla con costruzione dal basso divento matto. Mi alzo dal divano, spengo e vado a farmi un giro. Si prendono gol assurdi con portieri e difensori che si espongono a figuracce barbine. Questa storia che i numeri 1 devono essere bravi con i piedi diventa l’anticamera della sconfitta. Allora meglio il vecchio rilancio lungo».
Quando entra il calcio nella sua vita?
«A due anni davanti al rifugio antiaereo in via Mazzini vicino all’area industriale della Magona dove lavorava mio padre Ostilio, ciclista a cavallo tra gli anni Venti-Trenta che si piazzò al secondo posto nella Coppa Bologna, fuggito dalla Germania dove era deportato. A 15 anni ho iniziato a giocare nella Gabetto, squadra del mio quartiere, e quando sono arrivato al Piombino in IV Serie portato dal mitico Emo Capanna _ dopo aver visto da raccattapalle la formazione nerazzurra in Serie B battere per 3-1 la Roma _ il tecnico delle giovanili Bruno Mochi mi ha cambiato di ruolo. Avevo iniziato come centravanti, poi sono retrocesso a mezzala e allo Spezia mi hanno trasformato in mediano e poi, con l’infortunio di Memo, sono diventato difensore centrale o, come si diceva una volta, stopper. Grazie a quella metamorfosi ho disputato cinque stagioni in B (130 partite e 3 gol) con la Reggina del presidente Granillo indossando la fascia di capitano e ‘svezzando’ i campioni del futuro come Causio, talento straordinario, ma poco incline alle regole. Più d’una volta l’ho preso per un orecchio riportandolo sulla retta via».
In quegli anni quali sono stati gli avversari più ostici?
«Bettega l’ho affrontato nel Varese. Immarcabile. Di testa erano tutte sue e sapeva sempre dove andava a finire il pallone in area di rigore. Duelli rusticani con Boninsegna in Coppa Italia dove nessuno tirava indietro la gamba».
Quando nasce il desiderio di lasciare il campo per la panchina?
«Nella Reggina ho avuto la possibilità di arrivare in A, ma all’epoca non c’erano i procuratori e quando qualche club si faceva vivo Enzo Dolfin, il direttore sportivo, alzava sempre il prezzo. Così a 32 anni, quando sono finito in C alla Salernitana, ho cominciato a pensare al dopo. Avevo il diploma di ragioniere, ma volevo restare nel calcio. E il passaggio dal campo alla panchina è stato naturale avendo avuto la fortuna di avere come maestri Tommaso Maestrelli, che nel 1974 portò la Lazio a vincere lo scudetto, e Armando Segato, che aveva vinto lo scudetto con la Fiorentina e se una terribile malattia non se lo fosse portato via sarebbe diventato un grande allenatore. L’occasione è arrivata a 33 anni quandomi contattarono i dirigenti del Viareggio in D. É stato l’inizio della mia avventura che otto anni dopo mi ha portato in A. Una qualità che mi riconosco? Entrare nelle teste dei giocatori. Per fare l'allenatore bisogna essere psicologi».
Sonetti oltre il calcio: hobby e passioni.
«Mia mamma Otelia era l’infermiera del rione Cotone a Piombino e ho ereditato da lei e da mia sorella Elita la passione per la medicina e la chirurgia. Negli anni trascorsi a Bergamo con la complicità del medico dell’Atalanta, il professor Tagliabue, di buon mattino, indossando il camice e mettendomi in un angolo della sala operatoria, ho seguito interventi chirurgici anche a cuore aperto. Sono ancora oggi un grande amante della musica lirica. Un melomane pucciniano che adora la Turandot, opera incompiuta del maestro lucchese, e ho frequentato spesso il teatro alla Scala di Milano».
Zenga e Donadoni le sue grandi scoperte.
«A San Benedetto del Tronto ho conquistato la promozione in B che mi ha cambiato la vita. Lì ho avuto la fortuna di allenare uno dei portieri più forti del Novecento: Walter Zenga. Mi accorsi subito che avevo a che fare con un fuoriclasse tra i pali dalla spiccata personalità. Certo, dovevo rincorrerlo spesso e prenderlo anche a schiaffi e scapaccioni viste le ricorrenti fughe dai ritiri causate dalla spiccata sensibilità verso il fascino femminile. Zenga era in prestito dall’Inter e quando il ds nerazzurro Beltrami mi telefonò per avere notizie non feci fatica a dirgli che era il numero uno e non solo di maglia. A 20 anni aveva già la personalità del primo della classe: capace di riprendere a parare come se nulla fosse dopo aver sbagliato davanti a 70mila persone. Donadoni invece era un ragazzo eccezionale, dotato di una classe cristallina e di un’educazione fuori dal comune. All’inizio della mia avventura a Bergamo nei primi dieci minuti di partita non toccava palla tanto che ero costretto ad alzarmi per richiamarlo. Ma appena iniziava a giocare era musica per le orecchie di qualsiasi allenatore».
Tra i migliaia di calciatori allenati da chi si attendeva di più?
«Claudio Pierantozzi, un ragazzo che feci debuttare in B nell’Ascoli a 17 anni nel 1990. Aveva un potenziale incredibile e avrebbe dribblato anche sua madre. Con me fece una dozzina di partite nella stagione in cui vincemmo il campionato. Un talento che non è stato coltivato da chi è venuto dopo di me e il giovanotto ha finito per perdersi».
Perché le grandi società non si sono mai interessate a lei?
«Sono andato vicino a sedermi sulle panchine dell’Inter, la squadra del cuore da bambino, e il Milan. Nel primo caso mi chiamò Pellegrini, presidente della Beneamata. “Guardi Sonetti, attendiamo una risposta da Trapattoni, ma dopo aver allenato Milan e Juventus dubito accetti la mia proposta. Quindi si tenga pronto a venire ad Appiano Gentile per firmare”. Purtroppo il Trap accettò la proposta. Un anno dopo mi arriva una telefonata da Arcore. Alla vigilia della trasferta di Verona il presidente Berlusconi, con i rossoneri reduci dall’eliminazione dalla Uefa a opera dell’Espanyol e Arrigo Sacchi sulla graticola, mi chiede di tenermi pronto: ‘Se perdiamo lunedì viene con noi’. Morale? Vinsero 1-0 e addio Milan».
Un primato che ricorda con piacere?
«C’è un record che resiste da 30 anni. Nella stagione 1994-95 alla guida del Torino alle prese con gravi problemi economici vincemmo entrambi i derby della Mole conto la Juventus di Lippi che poi vinse lo scudetto».
I calciatori più stravaganti che ha allenato
«Hubner a Brescia prima di ogni partita lo trovavi dietro il pullman della squadra a fumare e la stessa cosa capitava nell’intervallo quando si chiudeva in bagno per fare due-tre tiri e io a dirgli di smetterla con le ‘bombe’. Ricordo poi l’equivoco, durato tutta la stagione, con il terzino Pasciullo all’Atalanta. Si esprimeva in dialetto molisano e la prima volta che lo sentì parlare mi venne naturale fare una battuta: ‘Oh te sei il terzo straniero?’ visto che all’epoca le squadre ne potevano schierare due. Lui interpretò la frase come un complimento al suo modo di giocare iniziando a darsi delle arie con i compagni».
Il giocatore più forte visto dalla panchina
«Diego Armando Maradona. L’avevo incrociato da avversario quando guidavo l’Atalanta ed era nata una reciproca simpatia. Nel 1986 venni inviato dalla società orobica mondiali del Messico. Un giorno mi presento nel quartier generale dell’Argentina per osservare l’allenamento. Il Pibe de Oro mi vede da lontano, mi viene incontro e a fine seduta mi invita a pranzare con i compagni e il tecnico Bilardo sistemandomi a capotavola».
Un allenatore in cui si rispecchia
«Stimo moltissimo Rino Gattuso che ha un modo di intendere il calcio simile a quello che avevo io con un’aggressività positiva che lo spinge a dare il meglio. Uno che si aggiorna di continuo, ma guarda alla sostanza e non le manda a dire mettendoci la faccia. Da otto anni non ci qualifichiamo al mondiale e lui è l’uomo giusto per riportarci in una storia che ci appartiene».
