Tribunale
Livorno, gettò il figlio dalla tromba delle scale: parrucchiera condannata
Diciannove anni di reclusione, ai quali si aggiungono tre anni di permanenza in una Rems per Damaris Kindelan Ballester. Il delitto in via del Bosco
LIVORNO. Diciannove anni di reclusione, ai quali si aggiungono tre anni di permanenza in una Rems (una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) una volta espiata la pena. È diventata definitiva con la sentenza della Corte di Cassazione la condanna nei confronti della parrucchiera Damaris Kindelan Ballester, la cittadina cubana oggi quarantunenne riconosciuta colpevole dell’omicidio volontario del figlio Marcos Del Mar Ferrero, di appena due anni e mezzo, ucciso nella notte tra il 16 e il 17 agosto del 2023 a Livorno.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso della difesa, confermando l’impianto delle sentenze di primo e secondo grado. I giudici hanno ribadito il riconoscimento del vizio parziale di mente, ritenendo che la capacità di intendere e di volere della donna fosse gravemente scemata, ma non esclusa. È stata invece respinta la richiesta dei difensori di annullare la sentenza d’appello e disporre un nuovo processo con una diversa perizia psichiatrica.
La vicenda sconvolse l’intera città. All’alba del 17 agosto 2023 la donna si presentò in via Sardi, in Borgo Cappuccini, con il piccolo ormai esanime fra le braccia. I volontari della Svs tentarono inutilmente di soccorrerlo e il bambino fu trasportato all’ospedale, dove ne venne constatato il decesso. In un primo momento la madre raccontò agli investigatori che il figlio era caduto il giorno precedente da uno scivolo in un parco di Tirrenia e che, successivamente, le sue condizioni erano precipitate. Una versione che venne però smentita dagli accertamenti medico-legali. L’autopsia evidenziò infatti lesioni incompatibili con quel racconto, mentre le indagini della Squadra mobile della polizia di Stato, coordinate dal sostituto procuratore Giuseppe Rizzo, ricostruirono gli spostamenti della donna attraverso le immagini delle telecamere di videosorveglianza.
Gli investigatori accertarono che nel pomeriggio del 16 agosto la donna era entrata con il bambino in un condominio di via del Bosco, dopo avere effettuato anche un sopralluogo nel “grattacielo” di piazza Roma. Da quello stabile uscì soltanto all’alba del giorno successivo, dopo oltre undici ore, con il piccolo ormai morto fra le braccia.
Nel corso del procedimento la donna modificò più volte la propria versione dei fatti. Arrivò anche a sostenere che il figlio le fosse accidentalmente scivolato mentre lo sporgeva da una finestra per fargli prendere aria. Una ricostruzione che i magistrati non hanno ritenuto credibile. In primo grado, la corte d’assise di Livorno l’aveva condannata a 20 anni di reclusione, escludendo la premeditazione ma riconoscendo il vizio parziale di mente sulla base delle consulenze psichiatriche, che avevano diagnosticato un disturbo borderline della personalità. La corte d’appello di Firenze aveva poi ridotto la pena a 19 anni, confermando la misura di sicurezza di tre anni in una Rems. Con il pronunciamento della Cassazione, arrivato nella serata di martedì 14 luglio, la sentenza è ora definitiva.
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