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Firenze, il Cubo nero finisce al Tar: la ditta contro Palazzo Vecchio

di Mario Neri
Firenze, il Cubo nero finisce al Tar: la ditta contro Palazzo Vecchio

Il giudice dovrà decidere sui rimpalli fra Comune e Soprintendenza. La Paleo srl chiede che amministrazione o Piazza Pitti diano l’ok definitivo a ciò che è già stato autorizzato. Rallentare ancora genera danni economici, dice la proprietà. Ecco perché potrebbe essere un passaggio delicato, anche in vista dell’inchiesta della Procura

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FIRENZE Il Cubo nero finisce al Tar. Non per l’ennesimo duello tra architetti e comitati. Stavolta è una ditta del cantiere, ingaggiata dalla proprietà, a bussare alla porta dei giudici amministrativi. Il ricorso contro il Comune di Firenze, con udienza fissata il primo aprile, scoperchia una storia che finora si era consumata nei carteggi tra gli uffici: chi deve certificare il rispetto delle prescrizioni paesaggistiche dell’intervento sull’ex Teatro Comunale: Comune o Soprintendenza? Chi deve dare l’ok definitivo - ancora oggi - su un aspetto del progetto che un via libera l’ha già ricevuto a dicembre? Questo è un nodo cruciale: perché si parla di dettagli architettonici, ma anche di colori delle facciate e finiture di edifici che hanno modificato lo skyline di Firenze. Forse per sempre.

Lo cambio di lettere

La vicenda è tutta in una manciata di lettere scambiate a fine gennaio. È il 19 gennaio 2026, la Paleo srl scrive a Palazzo Vecchio e chiede di «prendere atto delle positive valutazioni espresse dalla Soprintendenza» durante il sopralluogo del 17 dicembre 2025. Si parla di campionature: lampade e pavimentazione della corte interna, ma anche delle «colorazioni delle tinteggiature da fare sulle facciate degli edifici, sia su via Solferino (edificio E) che sulla piazza privata (edificio D)». Non solo dettagli, anche sostanza estetica dell’edificio. Perché proprio lì, nelle finiture e nei colori delle facciate, si gioca la partita del Cubo nero. Nel verbale del sopralluogo la Soprintendenza approva alcune campionature ma inserisce una formula che pesa più del cemento: le valutazioni «devono intendersi come preliminari e non efficaci» finché non arriverà l’assenso del Comune. La ditta prende la frase alla lettera e chiede a Palazzo Vecchio di chiudere il cerchio, «al fine di considerare avverata la condizione prevista nell’autorizzazione paesaggistica». Lo fa con una certa urgenza: senza quel passaggio, scrive la società, il rischio è «una sospensione dei lavori che arrecherebbe grave danno».

Il rimbalzo a Palazzo Vecchio

La risposta del Comune arriva rapidissima, il giorno dopo, è il 20 gennaio. Palazzo Vecchio afferma che le operazioni di verifica delle prescrizioni paesaggistiche «non possono che essere svolte esclusivamente dalla Soprintendenza», perché derivano dal suo parere vincolante. L’amministrazione, conclude la lettera della Direzione Urbanistica, può soltanto «limitarsi a conservare agli atti la documentazione acclusa». Eppure nella lettera la Paleo ricorda che è stato Palazzo Vecchio a rilasciare l’autorizzazione paesaggistica nel 2020. Qui il meccanismo si inceppa. La Soprintendenza attende l’assenso del Comune. Il Comune fa rimbalzare la responsabilità sulla Soprintendenza. Il procedimento resta sospeso in quella zona grigia che gli urbanisti conoscono bene: quando due enti si rimpallano la competenza, qualcuno prima o poi finisce davanti al giudice. È esattamente ciò che accade. Il ricorso al Tar è un ricorso per silenzio-inadempimento: la società sostiene che l’amministrazione non abbia concluso il procedimento e chiede al tribunale di obbligarla a pronunciarsi.

Il dibattito politico

«Le ditte restano bloccate e si rivolgono al giudice», attacca il consigliere della lista Schmidt Massimo Sabatini, che da settimane incalza la giunta: «Questo ricorso è il risultato del caos sui verbali e delle responsabilità che il Comune non vuole assumersi». Il gruppo Pd a Palazzo Vecchio gli risponde senza entrare nel merito. I dem accusano lui di «generare il caos» con «polemiche strumentali» e definiscono «un passaggio tecnico» il ricorso al Tar. Eppure, dietro il contenzioso c’è una storia urbanistica lunga almeno oltre dieci anni. L’area dell’ex Comunale, passato a Cassa depositi e prestiti nel 2014, viene ceduta per 27 milioni. Il progetto iniziale del 2018 - in perfetta linea con il contesto ottocentesco per colori tenui e scelta dei materiali - porta la firma dello studio Archea. Quando subentra il fondo immobiliare guidato da Hines, l’operazione però cambia volto. Il progetto passa allo studio Vittorio Grassi Architects. Nasce il complesso di oltre centocinquanta appartamenti di fascia alta destinati soprattutto agli affitti brevi. È in quel passaggio che la questione cromatica diventa politica. Se i primi rendering di Marco Casamonti (Archea) immaginavano facciate chiare, in linea con il lessico urbano del quartiere, il nuovo progetto definitivo di Vgs introduce superfici scure e metallo brunito. Il risultato è l’edificio che oggi tutti chiamano Cubo nero. Proprio qui entrano in scena le campionature di cantiere.

La paesaggistica del 2020

L’autorizzazione paesaggistica del 2020 stabiliva che «la scelta di materiali, infissi e finiture esterne fosse concordata in corso d’opera sulla base di campionature da valutare congiuntamente in cantiere». Una procedura legittima, ma che di solito riguarda dettagli marginali. Nel caso del Cubo nero riguarda l’impatto visivo dell’intero edificio. Per questo la verifica delle finiture è diventata il passaggio più delicato dell’intera operazione. Se il colore definitivo viene stabilito a cantiere avanzato, la distinzione tra progetto autorizzato e opera realizzata si assottiglia. È uno dei filoni che ha attirato l’attenzione della Procura, che indaga sull’iter ipotizzando reati come abuso edilizio, falso ideologico e violazione delle norme paesaggistiche. Il ricorso al Tar aggiunge ora un altro piano.

Chi ha voluto il Cubo nero?

Il giudice dovrà stabilire chi doveva certificare l’ottemperanza delle prescrizioni: il Comune o la Soprintendenza. Una decisione che rischia di trasformare lo scaricabarile amministrativo in una responsabilità formale. Sabatini insiste: «Il Comune si trova in un cortocircuito che ha generato scontri con la Soprintendenza, un’indagine della Procura e ora il contenzioso al Tar». Nel linguaggio degli atti: campionature, prescrizioni, verifiche. Nel linguaggio della città è molto più semplice. È la domanda che gira da mesi attorno al parallelepipedo sorto al posto del Comunale: chi ha deciso davvero il colore del Cubo nero?

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