Forte dei Marmi e lo “stile” perduto: come si manifestava il lusso, il leggendario Otello e... quei mariti milanesi
A Villa Bertelli ricordando il bon ton e il lusso della sottrazione. Le famiglie storiche che amavano i pic-nic sul mare lasciavano per due ore la tenda e la spiaggia al personale di servizio
FORTE DEI MARMI. Potrebbe persino diventare un format itinerante, da portare negli stabilimenti balneari legati alla tradizione e alla storia di Forte dei Marmi, l’incontro tenutosi lunedì a Villa Bertelli organizzato dal circolo culturale Il Navicello, della presidente Daniela Bertelli, sullo stile e l’identità del luogo con Massimo da Cepparello, cultore di buone maniere e galateo, e Domenico Savini, storico e genealogista.
Con la partecipazione di un folto gruppo di rappresentanti dell’aristocrazia e dell’imprenditoria storica, si è parlato di tutto in un’atmosfera intima, quasi da salotto privato. Dove la spontaneità degli interventi ha fatto emergere con chiarezza i tratti distintivi di quello che ancora oggi si può definire lo “Stile Forte dei Marmi”.
Il lusso della sottrazione
Che è sempre esistito, custodito da quelle famiglie storiche che amavano i pic-nic sul mare ma che, dalle 16 alle 18, lasciavano la tenda e la spiaggia al personale di servizio per consentirgli di ritemprarsi, mentre i signori si ritiravano nell’ombra della pineta per il riposo pomeridiano. Come un vecchio diario ritrovato in soffitta, il racconto di questa serata ci restituisce l’immagine di un’eleganza che non aveva bisogno di gridare per farsi notare: un’epoca in cui lo stile era, prima di tutto, un codice di comportamento condiviso. L’arte del pic-nic, del tutto scomparsa, ad esempio, non era una concessione alla popolarità, ma un esercizio di aristocratica essenzialità. Era il lusso della sottrazione, la consapevolezza che il rango non si misura dalla portata, ma dalla grazia con cui si consuma la semplicità.
Il leggendario Otello
Questo mondo chiuso e protetto aveva i suoi personaggi, come Otello, il leggendario “armadio” della Capannina che non era un semplice addetto alla sicurezza, ma l’arbitro ultimo della decenza sociale. Il suo inchino selettivo, con le mani giunte e il capo appena chinato, era il lasciapassare per l’Olimpo: un gesto riservato a chi faceva parte del “club”, a chi non doveva pagare perché il Forte era, di fatto, casa sua. Per gli altri, lo sguardo di Otello “girava del tutto”, un diniego silenzioso che escludeva i non iniziati senza bisogno di parole. Era lui anche il custode del “ritrovo peccatorum”, quel lembo di terra dietro le frasche della Capannina dove, negli anni ’60, l’aristocrazia si concedeva trasgressioni codificate, protetta dal silenzio complice di un uomo che sapeva quando chiudere gli occhi.
Bastiano Santini e… il Bagno Piero
Ma il Forte non era solo nobiltà di sangue, era anche una resistenza di caratteri. Si pensi a Bastiano Santini, il contadino dei Pandolfini. Uomo dal “cattivo carattere” e propenso alla lite, che fu confinato dai padroni proprio sulla spiaggia a gestire i capanni, convinti che lì non avrebbe avuto nessuno con cui litigare. Fu la sua intraprendenza a trasformare quel confino nel Bagno Piero, oggi alla quinta generazione e baluardo di una Versilia che resiste. Insieme al Bagno America, al Rosina e al Giovanni, questi luoghi rappresentano la continuità dinastica contro l’avanzata del lusso standardizzato che cancella il rapporto umano, sostituendo la trattativa con listini folli.
Il treno dei cornuti
E nelle zone dove un tempo c’erano le vecchie pensioni come Villa Elena - il cui libro delle presenze del 1926 è un registro della storia d’Italia, con nomi che vanno dai Chigi ai Ruffo e intellettuali come gli Occhetto - oggi compaiono hotel senz’anima. Ed è lieve anche ricordare perfino l’ironia sottile del “Treno dei Cornuti”, quel convoglio della domenica sera che riportava i mariti milanesi al lavoro lasciando le mogli alla libertà del mare. In quel mondo, il pettegolezzo non era maldicenza, ma “manutenzione della memoria”: un modo per tenere vive le storie delle famiglie. Oggi, quel brusio elegante è coperto dalle bestemmie dei “figli di papà” nelle ville in affitto e dall’ostentazione volgare di diamanti esibiti in spiaggia al mattino.
Ecco perché - secondo i conduttori - l’idea del “format itinerante” appare non come un vezzo, ma come una necessaria missione di salvataggio. Portare questi dialoghi sull’eleganza sotto le tende degli stabilimenti più iconici significherebbe tentare una rieducazione sentimentale del villeggiante. Non si tratta di mera nostalgia aristocratica, ma di preservare l’anima di un luogo che rischia di annegare nel mare della banalità globale.
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