Sigfrido Ranucci a Pontedera: «In Rai penso di essere al posto giusto, gli altri non so» – Video
L’ex conduttore di Report all'auditorium del museo Piaggio per presentare il suo libro “Il ritorno della casta”. Oggi deve dire alla tv di Stato cosa intende fare per rimanere in azienda
PONTEDERA. «Vorrei continuare a lavorare in Rai, ho ricevuto altre offerte ma penso di essere nel posto giusto, gli altri non so». Nonostante tutto, Sigfrido Ranucci sente ancora che la Rai possa essere “casa” sua. Lo ha detto ieri nell’auditorium del Museo Piaggio di Pontedera, dov’era ospite della rassegna “Vespa chi legge” per presentare il suo ultimo libro “Il ritorno della casta”. Intervistato dal presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti Carlo Bartoli, Ranucci ha parlato alla vigilia del giorno (oggi) nel quale dovrà dire alla tv di Stato cosa intende fare. Se accettare, parrebbe improbabile, le alternative prospettategli – vicedirettore del Tg3, coordinatore di inchieste a Rai News24 o corrispondente da Il Cairo – o battersi per altro, per evitare l’addio al luogo di lavoro nel quale si è sviluppata quasi tutta la sua carriera. E poi resta sempre in ballo la battaglia legale sul reintegro alla conduzione di Report dopo la rimozione di fine agosto e il no del giudice del lavoro di Roma. Quel che è certo è che «mi prenderò fino all’ultimo momento perché non è una scelta facile, alla Rai lavoro da 35 anni. Domani (oggi, ndr) vedrò i miei avvocati e poi mi prenderò fino a mezzanotte» aggiunge Ranucci, che non manca di augurare «lunga vita a Report».
«Rimane il fatto che sono stato rimosso senza aver ben capito perché – continua – con una lettera che parlava di zone d’ombra che non so quali sono. Non ho ancora capito di cosa sono accusato. Ho avuto una bomba messa sotto casa, sono stato intercettato, mi sono stati dedicati oltre 3500 articoli in cui hanno detto che mi sono messo la bomba da solo, cosa smentita dagli stessi magistrati. C’è stato un momento in cui la mattina venivo descritto come un predatore sessuale, il pomeriggio me la facevo con Lavitola e avrei trovato il tempo anche per baciare la Boccia, con un’immagine creata con l’AI. Già il 9 luglio avevano deciso di rimuovermi da Report, perché uno dei conduttori designati, Daniele Piervincenzi, lo ha detto a un amico e io l’ho saputo. Poi hanno creato la narrazione per rimuovermi e hanno tirato fuori una serie di falsità». Il riferimento alla bomba richiama l’attentato subito sotto casa un anno fa (il 16 ottobre 2025) a Torvaianica, per cui è in carcere come presunto mandante l’amico di lunga data Valter Lavitola, a cui proprio nelle ultime ore il giudice per le indagini preliminari di Roma ha negato l’uscita da Rebibbia. Ma delle indagini l’ex frontman di Report non vuole parlare. «Sa perché? – spiega dopo aver bloccato la domanda sul nascere –. Perché ci sto scrivendo un libro». In carcere restano anche i presunti esecutori materiali, i membri della banda irpina, mentre colui che sarebbe stato la longa manus di Lavitola nel trasformare in fatti quel piano architettato per il “bene” della vittima, il camerunense Gomes Clesio Tavares, risulta latitante nel suo Paese.
Ma oltre che delle proprie vicende, Ranucci al Museo Piaggio, che lo ha accolto con una sala gremita, è venuto anche e soprattutto per parlare del suo libro, nel quale casta e libertà d’informazione s’intrecciano. Un libro «scritto in quattro giorni e tre notti perché ho sentito l’esigenza, a poche settimane dal referendum sulla magistratura di raccontare ciò che stava accadendo – spiega – . E cioè che il referendum era un piccolo tassello di un piano molto più grande per un nuovo ordine mondiale (Ranucci fa anche nomi e cognomi dei protagonisti, ndr) che dopo aver disgregato il diritto internazionale, con gli attacchi in Palestina, Libano, Venezuela e non solo, voleva indebolire anche la magistratura, che come i giornalisti indipendenti possono dare fastidio».
Una prova? «Che ho 248 cause legali», fa sapere col sorriso, quel sorriso «che non riesco a togliermi così come la voglia di combattere».
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