Il Tirreno

Toscana

Femminicidio

«Fede ti amo, riproviamoci», le ultime parole per salvarsi di Lorena Isceri

di Mario Neri

	Lorena Isceri
Lorena Isceri

Il retroscena: dal rapimento al colloquio con l’ex. La 45enne era stata aggredita nel garage, legata e chiusa nel bagagliaio dell’auto. La Procura indaga sulla premeditazione dell’agguato

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FIRENZE. Ha lottato, con l’intelligenza, l’arguzia, un estremo tentativo di salvarsi. Disperatamente lucida, Lorena ha provato a tendere una trappola logica al suo ex compagno per uscire dalla gabbia di morte in cui l’aveva brutalmente rinchiusa. «Ma cosa fai Federico? Ti amo, ricominciamo insieme, torniamo insieme». Lorena Isceri prova a sussurrare alla mente fragile dell’uomo che l’ha picchiata, legata e gettata nel bagagliaio la promessa di una vita di nuovo al suo fianco.

Come Sherazade allungava la sua esistenza e la notte con un altro racconto per sfuggire alla furia del sultano, lei tenta di allungare quei minuti con l’unica storia che pensa possa ancora fermarlo. Del tempo amato l’illusione, una finzione per guadagnare tempo.

«Ti amo, torniamo insieme»

Sono le 14.11, da otto minuti viaggia rinchiusa nel portabagagli della sua Audi. Vella l’ha rapita tendendole un agguato nel garage sotto il suo palazzo in via Panciatichi, l’ha legata e picchiata fino a farle perdere i sensi. Lui si accorge che sta parlando, frena, scende e apre il portellone. Lorena prova a convincerlo a fermarsi. «Ti amo, torniamo insieme».

Federico non la ascolta, la guarda, richiude, risale in macchina e accelera. Era partita alle 14.03 la chiamata al 112 della 45enne manager farmaceutica. Confusa, ancora stordita dalle botte in testa. «Mi ha rapito il mio ex, mi ha picchiato e mi ha immobilizzato».

Il telefono

Il telefono era nel suo zainetto, quello che lui distrattamente aveva gettato dentro con lei. Parla a bassa voce. «Dove state andando?», chiede la centrale. «Non lo so, sono partita da dieci minuti». Non è vero, ne sono passati meno, ma lei è ancora sottosopra, chiusa al buio, ha appena ripreso conoscenza. «Credo mi stia portando a casa sua, al Galluzzo», dice fornendo l’indirizzo. Ma non è così. La corsa continua e il bagagliaio si aprirà di nuovo undici minuti dopo, alle 14.22, sul viadotto. Vella le strappa il cellulare di mano, la prende di peso e la getterà giù, in un volo senza speranza.

Il padre e l’amica

Prima di quei venti minuti Lorena aveva già tentato di chiudere la storia. Suo padre Franco le aveva detto di denunciarlo. «La notte prima del femminicidio al telefono fino all’una, le dicevo di denunciare ma lei era fiduciosa che le cose si sarebbero risolte», ha raccontato.

Anche Samanta, l’amica, l’aveva supplicata di andare dalle forze dell’ordine. Lorena aveva paura. Dopo la rottura telefonate e messaggi si erano fatti sempre più insistenti, persecutori; le parole non arrivavano alla minaccia esplicita di morte, ma diventavano pesanti, allusive. Per questo si era già rivolta a un legale.

Era stata lei a lasciare Vella ad agosto, dopo aver scoperto attraverso le chat i numerosi tradimenti. In palestra, dove si erano conosciuti, lui aveva mostrato atteggiamenti possessivi: se un uomo si avvicinava a Lorena poteva diventare aggressivo. «Mi hai già sostituito», diceva a lei. Segnali che avevano allarmato chi le stava intorno, senza mai trasformarsi in una denuncia, una querela o una segnalazione alle forze dell’ordine.

Le indagini

Adesso la procura di Firenze cerca soprattutto ciò che è accaduto prima delle 14.03. L’ipotesi investigativa più accreditata è la premeditazione. Vella avrebbe preparato l’aggressione, portando con sé ciò che poteva servirgli.

Nel garage seminterrato avrebbe coperto con il nastro adesivo le fotocellule del cancello per impedirne la chiusura e aspettato il rientro della ex compagna. Quando lei è scesa dall’auto l’ha aggredita. Un colpo alla testa, forse l’urto contro il muro: sulle pareti e sul pavimento sono rimaste tracce di sangue. Poi le fascette ai polsi e alle caviglie e il corpo caricato nel bagagliaio.

Nella macchina di Vella, lasciata a Rifredi, la Squadra mobile ha trovato un sacchetto di fascette da elettricista, forbici e un lungo lenzuolo. Nelle perquisizioni sono state sequestrate anche lettere e biglietti scambiati fra i due, ora al vaglio degli investigatori insieme ai telefoni.

Il pm ha spiegato che gli accertamenti servono a ricostruire con precisione la preparazione dell’agguato, la dinamica e ciò che è avvenuto nelle settimane successive alla separazione. L’autopsia, disposta a Careggi per domani, dovrà stabilire anche se Lorena fosse ancora viva quando è stata gettata dal viadotto.

Gli ultimi minuti

Lì, dopo averla gettata, Federico pubblica su Instagram il suo addio. «Addio a tutti». Poi prende ancora il telefono. Scrive alla madre di Lorena: «È morta». Chiama la propria: «L’ho uccisa». Gli agenti sono ormai sulla Panoramica, comincia la trattativa per impedirgli di lanciarsi. Pochi minuti prima, dal buio del bagagliaio, Lorena aveva provato a costruire con le parole una via d’uscita: una vita insieme che non voleva più, promessa soltanto per restare viva. Un ponte di parole. Federico l’aveva spezzato richiudendo il portellone. Quando l’ha riaperto e l’ha sollevata era sul ponte della morte.

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