Il Tirreno

Toscana

L’intervista

Emergenza incendi in Toscana, lo storico coordinatore dei volontari: «La mia vita tra le fiamme a proteggere i nostri boschi»

di Francesco Paletti

	Gabriele Salvadori
Gabriele Salvadori

Dai grandi roghi del Monte Pisano a Massarosa, una vita trascorsa in prima linea contro il fuoco. «Quando brucia un bosco, scompare un luogo di pace. E oggi spegnere gli incendi è sempre più difficile»

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«È cambiato tutto, a cominciare dagli incendi». Non ha dubbi Gabriele Salvadori, 52 anni, dal 2014 coordinatore del volontariato dell’antincendio boschivo della Toscana, e dal 2008 di quello del Monte Pisano.

C’era a Calci nel settembre 2018, quando andarono in fumo 1. 150 ettari di bosco, a Massarosa (Lucca) nel luglio 2022, quando furono inceneriti altri 800 ettari di macchia e verde e c’era pure ad Asciano (San Giuliano Terme), fra il 30 aprile e il 2 maggio scorso, quando le fiamme hanno cominciato a scendere velocissime dai versanti del Monte Faeta. «È quello che mi ha toccato ed emozionato di più», ammette, quasi commosso.

Perché?

«Non che sia stato più grave degli altri, è solo una questione personale: stavano bruciando i nostri monti, quelli dove vado appena ho mezz’ora libera perché per me, come per molti altri, andare lì, allontanandosi un po’ dalla civiltà, e immergersi nel bosco e nella natura, vuol dire sentirsi in pace. È per quello che ho cominciato, sa? Ero un ragazzino».

Quanti anni aveva?

«Quattordici. Sono entrato nell’antincendio boschivo nel 1988. Perché quando una porzione di monte va a fuoco, sparisce un’oasi di pace. Per me è così: allora come oggi».

Giovanissimo.

«Sì, allora si poteva: bastavano un paio di scarpe comode e un pennato ed eri sul monte a spegnere il fuoco. Non le dico le preoccupazioni di mia mamma. E non c’erano nemmeno i cellulari».

Li rimpiange un po’ quegli anni?

«Solo perché ero giovane (sorride ndr): allora era tutto molto spontaneo. Ma per fare il volontario dell’antincendio boschivo occorre grande preparazione, mezzi adeguati e soprattutto una notevole attenzione alla sicurezza. Sono passati 40 anni, e le posso dire che, almeno qui in Toscana, abbiamo fatto passi in avanti enormi. È un’altra epoca».

Mi diceva, però, che sono cambiati anche gli incendi.

«Purtroppo, molto. Adesso sono molto più intensi e anche abbastanza frequenti».

Perché?

«Un po’il cambiamento climatico. Ma soprattutto per l’abbandono dei monti: prima erano più vissuti e i castagneti e gli oliveti erano "puliti’».

In che senso?

«Non c’erano rovi, macchia o arbusti. Il problema maggiore per gli incendi attuali è soprattutto quello: il fuoco parte sempre da terra e se non trova "combustibile", sotto forma di vegetazione infiammabile, non arriva alle chiome, che spesso sono a quindici o venti metri di altezza. Poi anche le mulattiere e le vie d’accesso erano più libere e questo permetteva di arrivare rapidamente vicino al fronte. Un altro problema sono i pini».

Perché?

«Bruciano più facilmente delle querce e delle sughere. Peraltro, almeno sul Monte Pisano e negli altri monti dell’entroterra, non sono nemmeno autoctoni. Sono stati piantati negli anni’30, ma hanno colonizzato interi versanti montuosi».

Sarebbe meglio non ripiantarli, almeno nelle zone incendiate?

«Assolutamente no. È proprio da evitare: altrimenti riproduciamo le stesse condizioni di rischio».

Quali sono le zone più a rischio incendi della Toscana?

«Sicuramente il Monte Pisano e poi la Valle di Merse nel senese, sulle colline fra Chiusdino, Monticiano, Murlo, Radicondoli e Sovicille. Hanno tutte le caratteristiche delle aree a rischio incendi».

Quali sono?

«Versanti scoscesi, che facilitano la discesa delle fiamme, una forte esposizione al sole e piante particolarmente infiammabili. In questo senso anche le pinete del litorale grossetano sono abbastanza a rischio».

Lì, però, non ci sono versanti scoscesi.

«Vero. Ma si chiamano così perché ci sono solo pini e l’esposizione al sole è notevolissima. Inoltre, un altro fattore di pericolo è dato dal fatto che sono molto vicine ai campeggi e ad altre strutture ricettive frequentate dai turisti».

Anche il volontariato antincendio è cambiato?

«Totalmente. Un volontario che decide di cominciare oggi non è completamente operativo prima di un anno. Prima deve fare il corso base di 16 ore, poi fa un anno di affiancamento con un operatore esperto, infine va a fare due giorni di formazione al centro di addestramento regionale. Quello toscano è un’esperienza unica nel panorama italiano».

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