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La testimonianza

Morto sul lavoro a Rosignano, il dolore della moglie: «Voglio abbracciarlo un’ultima volta. Il futuro? Io e la bimba restiamo qui»

di Ilenia Reali

	A sx il tetto dell’azienda Omp di Rosignano che ha ceduto. A dx la vittima, Faouzi Marweni, con la figlia
A sx il tetto dell’azienda Omp di Rosignano che ha ceduto. A dx la vittima, Faouzi Marweni, con la figlia

Faouzi Marweni, operaio di 34 anni, ha perso la vita durante un sopralluogo per la rimozione di un tetto in amianto. La moglie della vittima: «Siamo arrivati insieme su un barcone, cercavamo una vita migliore. Era un padre meraviglioso»

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ROSIGNANO. «Voglio vederlo, voglio stare ancora un po’ con lui. Me lo faranno vedere? ». I singhiozzi coprono le parole di Dorsaf, 32 anni, la moglie di Faouzi Marweni, l’operaio di 34 anni morto sul lavoro giovedì mattina (4 giugno), a Rosignano Solvay, in provincia di Livorno, durante un sopralluogo per la rimozione di un tetto di amianto. Nelle parole della giovane donna non c’è rabbia. Solo dolore. Una sofferenza profonda per il compagno con cui aveva condiviso sogni e sfide difficili. Le sue lacrime bagnano anche a chilometri di distanza, lo strazio che sembra destinato a non avere fine, fa accapponare la pelle.

Nessuna risposta, nessuna domanda riesce a placare questa donna che per mano al marito ha affrontato il Mediterraneo in cerca di una vita migliore che aveva trovato in Italia, in provincia di Lecco, dove la coppia si era trasferita. E che si è vista togliere, da un momento all’altro. È bastato il tempo in cui le lastre di eternit si sono aperte sotto i piedi del marito facendolo sprofondare giù, sopra un macchinario. Senza un ultimo bacio, un’ultima carezza alla loro bambina.

«Cercavamo una vita migliore»

Sono partiti, insieme, da Sfax, la seconda città della Tunisia, città portuale sulla costa orientale del Paese. «Siamo venuti insieme in Italia sul barcone, non ci volevamo lasciare. Volevamo restare insieme, cercavamo una vita migliore». Ogni ricordo apre una ferita profonda. «Ci conosciamo dal 2013. Il mio era un marito bravissimo, bravissimo, bravissimo. E un padre straordinario».

In sottofondo si sente la voce della piccola, Jasmine, tre anni. «È qui con me. Non l’ho lasciata con altre persone. Preferisco tenerla qui finché non arriva suo padre. Quando arriva? Quanto tempo deve passare ancora? Non possono lasciarmi senza vederlo ancora». La salma di Faouzi Marweni è ora all’obitorio di Rosignano a disposizione della magistratura che disporrà, probabilmente la prossima settimana, l’esame autoptico.

Sarà sepolto un Tunisia

Dorsaf ha le idee chiare. Il suo Faouzi tornerà in Tunisia, lì troverà sepoltura. Non sa ancora come, non conosce la burocrazia, non sa cosa può e non può fare ma sarà lei ad accompagnarlo. Intanto vorrebbe arrivare a Rosignano per abbracciarlo. Non riesce ad aspettare da sola a Lecco, nel piccolo comune di Malgrate. La coppia vive in una casa in affitto, a due passi da una delle strade principali del paese e con alle spalle il lago di Como.

Avevano raccontato insieme la loro storia d’amore e di speranza davanti alla comunità di Valmadrera durante il Giubileo 2025. Erano stati coinvolti dalla parrocchia e dal Centro farmaceutico missionario e davanti a un centinaio di persone, partecipando ad “Aggiungi un posto a tavola”, Dorsaf (in Tunisia lavorava come impiegata in un ditta ed è laureata) aveva detto: «Abbiamo affrontato la traversata su un piccolo barcone fino a Lampedusa. Lì siamo rimasti sei giorni, poi abbiamo seguito il percorso dei Centri di accoglienza: siamo andati a Ragusa, a Milano, a Cremeno e infine a Malgrate. Abbiamo trovato casa a Valmadrera e una rete di aiuti con il Cfm. Nutriamo grande speranza per nostra figlia, abbiamo sperimentato che la speranza è una luce che non si spegne mai grazie alle persone disponibili incontrate in Italia dove il rispetto dei diritti umani è più al sicuro».

«Io e Jasmine rimarremo qui»

E infatti Dorsaf sa che rimarrà in Brianza con la figlia. «Io e Jasmine non torneremo in Tunisia. Rimarrò nella nostra casa che abbiamo sistemato insieme, dove ci sono le nostre cose, i ricordi della nostra vita felice. Qui tutto parla di Faouzi e in questo Paese avevamo cercato di costruire la nostra vita».

Ieri il titolare dell’azienda specializzata in rimozione di tetti, la Centro Coperture, ha chiamato la donna. «Abbiamo pianto insieme», dice Dorsaf che ora ha bisogno di aiuto. Anche se non ne vuol parlare. «Non penso ai soldi, mio marito non c’è più. Ora voglio solo piangerlo». Conferma però che lo stipendio di Faouzi era l’unico che entrava in quella loro casa, tanto desiderata.

Intanto le indagini proseguono, nella giornata di giovedì sono stati sentiti fino a tarda sera tutti i testimoni, i colleghi di lavoro. Al momento in cui Faouzi Marweni è caduto era rimasto solo sul tetto. Aveva l’imbracatura e il casco ma non era legato alla linea vita presente sul tetto dello stabilimento di Rosignano.

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