Siena, nelle camerette dei baby nazisti trovate granate e bossoli: «I genitori? Esterrefatti, in pochi hanno sminuito»
Il commissario capo Fausto Cammisa dopo l'operazione Format 18 che ha portato alla denuncia di 13 minorenni: «Sono tutti ragazzi di quella che una volta si chiamava “media borghesia”, la partecipazione all’interno di queste chat non era semplicemente goliardica ma convinta»
SIENA. «I genitori? Esterrefatti», commenta il commissario capo Fausto Cammisa, e precisa come da parte di alcuni di essi solo «in minima parte (per fortuna) c’è stato un tentativo di sminuire quella che è stata appurata essere la gravità dei fatti».
Anche perché le immagini delle perquisizioni diffuse dalla polizia sono eloquenti: un busto del duce, coltelli, scacciacani modificate e tirapugni con l’effigie della Reichsadler (l’aquila del Reich), oggetti volendo facili da nascondere nella cameretta; ma anche esposti in vetrinette e scaffali pieni di memorabilia - bandoliere, borracce, bossoli, cartucciere, crest, documenti, elmetti, granate, maschere antigas, medaglie, proiettili e telefoni da campo - frutto evidente di ricerche e soprattutto di acquisti spesso tutt’altro che a buon mercato, certamente non “gadget” né oggettistica da mercatino. I minorenni denunciati a vario titolo per i reati di detenzione illegale di armi, detenzione e diffusione di materiale pedopornografico, propaganda di idee fondate sull’odio razziale, etnico e apologia del movimento fascista e nazista, sono in tutto 13.
Nell’Italia delle leggi Scelba e Mancino, infatti, norme contro la propaganda e la diffusione di messaggi inneggianti a fascismo e nazismo e la produzione e la vendita di oggetti con simboli fascisti e nazisti sono ancora al livello di progetti di legge (la “legge Fiano”), mentre il possesso privato di oggetti storici (della Seconda guerra mondiale, nel caso specifico) per scopi collezionistici o storici è in genere tollerato e non perseguito penalmente. E poi ci sono il possesso - e la condivisione - del materiale pedopornografico: non selfie (i protagonisti della vicenda sono tutti minorenni, quindi ne sarebbero stati autori e vittime allo stesso tempo) né pornoricatti o pornovendette con i rispettivi partner, ma materiale - sottolinea lo stesso funzionario - «in cui sono coinvolti addirittura neonati».
«La partecipazione all’interno di queste chat non era semplicemente goliardica ma convinta», aggiunge Cammisa, in un contrappasso di superficie con “l’identikit” dei giovani: «Tutti ragazzi di quella che una volta si chiamava “media borghesia” che non hanno mai palesato alcun comportamento anomalo o alcuna problematica».
Il commissario capo esclude qualsiasi connessione con diverse scritte sui muri comparse tempo fa in una scuola di Siena, così come con un’aggressione in piazza del Campo del mese scorso (bersagli, anche qui, dei giovani) ricondotta a una matrice fascista: non ci sono elementi. Idem per l’inchiesta di Milano che vedeva coinvolto un senese, anche qui con modalità e sfondo ideologico del tutto simili.
Da dove nasce, allora, tutto questo? «Spero che il nostro intervento sia stato tempestivo ed efficace: spero che questi ragazzi abbino contestualizzato e metabolizzato quello che è successo perché a volte la Rete crea dei falsi convincimenti», auspica Cammisa.
Sotto la sua lente c’è la echo chamber, la “camera dell’eco”, metafora psicologica e sociale (che sarà anche film diretto da Andrea Pallaoro in uscita quest’anno nelle sale cinematografiche) per cui convinzioni, idee e informazioni preesistenti degli utenti sui social vengono amplificate o rafforzate grazie al confronto con notizie e ideologie simili o identiche alle proprie: un like su un contenuto ed ecco che l’algoritmo ne impone altre accomunabili.
«Spero che questi ragazzi abbiano capito che la realtà è all’esterno, non su un cellulare: all’interno della famiglia, nella scuola e nelle relazioni sociali», conclude il commissario capo.
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