Global Sumud Flotilla, padre e figlio di Livorno catturati dall'esercito israeliano: «Abbiamo perso i contatti, non sappiamo niente»
La preoccupazione di Bekis, moglie dell’imprenditore Claudio Paganelli e madre di Federico: «Non fanno parte di associazioni, ma hanno voluto esserci per la Palestina Libera. La Farnesina ci ha solo detto che sarebbero stati portati ad Ashdod forse in un carcere»
LIVORNO. “L’uomo barbuto che vedete alla mia destra è Claudio, mio padre. Siamo partiti insieme più di un mese e mezzo fa con un unico obiettivo: raggiungere le coste di Gaza e rompere il blocco navale illegale che assedia la Palestina. Mi ritengo fortunato di essere qui con lui, di aver avuto una famiglia che mi ha sempre sostenuto e soprattutto di poter vivere questo viaggio al suo fianco condividendo qualcosa di così grande con la persone che mi ha dato la vita e mi ha insegnato a rispettarla. Ed è un vero onore poter urlare assieme a squarciagola e con orgoglio Palestina Libera”. Così Federico Paganelli scriveva dieci giorni fa sul proprio profilo social, pubblicando la foto qui a fianco.
Catturati al largo di Gaza
Il viaggio di Claudio e Federico, livornesi, padre e figlio, è finito ieri con la cattura da parte dell’esercito israeliano nelle acque al largo di Gaza mentre erano diretti verso la Striscia. Con loro c’erano anche altri attivisti impegnati nella missione umanitaria organizzata dalla “Global Sumud Flotilla”, partita dalla Sicilia nelle scorse settimane con l’obiettivo di raggiungere la meta via mare. I due livornesi sarebbero stati fermati a bordo della Alcyione che contava in tutto nove membri di equipaggio, nella tarda mattinata di ieri, tra mezzogiorno e l’una italiane, durante quella che per gli equipaggi rappresentava già la terza intercettazione subita nel corso della traversata. Via social, entrambi hanno diffuso un breve video – registrato precedentemente e da diffondersi in caso di arresto – nel quale auspicano un intervento forte del nostro governo contro una azione ritenuta illegittima e non in linea con il diritto internazionale.
Il racconto
A raccontare le ultime ore vissute prima della perdita dei contatti è Bekis, moglie di Claudio, imprenditore 60 enne livornese, titolare della Hotentek che produce apparecchi per la sordità consede a Stagno, e madre di Federico (28 anni studente di Scienze Politiche), che da Livorno segue con apprensione gli sviluppi della vicenda. «Claudio doveva partire già a settembre scorso nella prima spedizione del 2025 – racconta – ma poi, per motivi di lavoro, non era riuscito a salire a bordo. Lui ha tutte le abilitazioni nautiche, patente senza limiti, esperienza in mare. Persone come lui, per missioni del genere, sono fondamentali». L’adesione alla flottiglia, spiega Bekis, è arrivata attraverso il sito dell’organizzazione internazionale. «Non appartenevano ad associazioni specifiche. Hanno semplicemente aderito all’appello pubblicato online. Sia Claudio che Federico hanno deciso di partecipare. È stata una scelta maturata insieme, convinti che fosse importante esserci».
Rischi continui
Il viaggio verso il Medio Oriente è iniziato il 20 marzo, quando padre e figlio sono partiti per Augusta, in Sicilia, punto di raccolta delle imbarcazioni della flottiglia. Da lì è iniziato un lungo lavoro di preparazione. «Le barche a vela erano tutte da sistemare – racconta Bekis – e per oltre un mese hanno lavorato senza sosta. Hanno rifatto le vele, sistemato i motori, rimesso in condizioni le imbarcazioni. C’erano motoristi, tecnici, volontari. Soltanto il 26 aprile sono riusciti a partire davvero».
Da quel momento la rotta è stata scandita da continui rischi. «Sono riusciti a sfuggire a due intercettazioni – spiega ancora Bekis – ma questa volta non ce l’hanno fatta». La prima sarebbe avvenuta al largo di Creta, a circa 680 miglia da Gaza. «Erano ancora in acque internazionali. Quella volta riuscirono a evitarli». La seconda, invece, sarebbe avvenuta l’altro ieri mattina al largo di Cipro. Anche in quel caso gli equipaggi erano riusciti a proseguire. La flottiglia, inizialmente composta da circa 120 imbarcazioni, si era drasticamente ridotta nel corso della navigazione. «Molte barche erano già state fermate durante le precedenti operazioni – racconta Bekis – e alla fine ne erano rimaste soltanto dieci. Claudio e Federico erano tra gli ultimi equipaggi ancora in mare».
L’ultima videochiamata
Ieri mattina, l’ultima videochiamata. «Li ho sentiti verso le sei del mattino – dice la donna – . Mi hanno detto che stavano cercando di cambiare rotta e di oscurare il satellite nel tentativo di non essere individuati. Ma sapevano perfettamente che sarebbe stato difficile». Le comunicazioni, da quel momento, sono diventate sempre più complicate. Poche ore dopo, la diretta streaming trasmessa online dagli attivisti e visibile su youtube, avrebbe mostrato l’inizio dell’abbordaggio. «Abbiamo visto che iniziavano a indossare i giubbotti di salvataggio – racconta Bekis – e subito dopo sono arrivati gli spari».
Secondo quanto riferito dalla donna, una delle imbarcazioni della flottiglia, la “Handala”, che non batteva bandiera italiana, sarebbe stata presa di mira durante l’operazione. «Non sappiamo con certezza che tipo di proiettili fossero, forse di gomma. Ma abbiamo visto persone con le mani alzate. Erano stati addestrati a non reagire, a restare pacifici».
«Persi i contatti»
Da quel momento ogni contatto si è interrotto. Il tracker satellitare che consentiva di seguire gli spostamenti delle imbarcazioni si sarebbe fermato quando le barche si trovavano a circa 200 miglia da Gaza. Nel pomeriggio Bekis ha quindi deciso di contattare direttamente la Farnesina. «La Farnesina non ti chiama – spiega – sei tu che devi cercare loro». Già nelle ore precedenti aveva inviato mail e Pec agli uffici competenti, ma soltanto intorno alle 18 è riuscita a parlare telefonicamente con un funzionario.
«Mi hanno detto che stavano terminando le intercettazioni delle ultime barche e che gli attivisti sarebbero stati portati ad Ashdod, in Israele. Mi hanno parlato anche di un carcere lì vicino, ma non mi hanno saputo dire altro. Aspettano comunicazioni ufficiali da Israele». Parole che non bastano a rassicurare una moglie e una madre che da ore vive sospesa tra paura e attesa. «Sono molto preoccupata – confida – soprattutto perché non sappiamo nulla. Abbiamo visto quei video, abbiamo visto gli spari, ma non abbiamo notizie dirette. Questa è la cosa peggiore». Bekis continua a tenere il telefono in mano aspettando una chiamata, un messaggio, qualsiasi comunicazione che possa confermare le condizioni del marito e del figlio. Per tutta la giornata ha raccolto video, contatti, testimonianze degli altri familiari coinvolti nella missione, mentre le immagini diffuse online dell’abbordaggio continuavano a rimbalzare sui social.
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