Il Tirreno

Toscana

Il caso

Venezi licenziata, dentro la crisi della Fenice: dal sostegno alla rottura finale, cosa è successo – «In Italia essere giovane e donna è un handicap, io bullizzata»

di Libero Red Dolce

	La protesta dell’orchestra della Fenice, a dx dall'alto Beatrice Venezi, Nicola Colabianchi e Alessandro Giuli
La protesta dell’orchestra della Fenice, a dx dall'alto Beatrice Venezi, Nicola Colabianchi e Alessandro Giuli

Colabianchi che l’ha voluta ora si defila e Giuli lo copre: rimane il metodo

4 MINUTI DI LETTURA





Poteva avere tutt’altro finale la vicenda di Beatrice Venezi, licenziata dalla Fondazione del Teatro La Fenice dopo alcune dichiarazioni al quotidiano argentino “La Nación”. Per capire come questo esito comunicativo e lavorativo avrebbe potuto prendere un’altra direzione occorre attraversare il Tirreno, tra Toscana e Sardegna, percorso per la prima volta dalla direttrice lucchese nel 2021 sotto gli auspici di Nicola Colabianchi, oggi sovrintendente della Fenice: lo stesso che l’ha imposta, difesa per sette mesi e poi messa alla porta, con il benestare del ministero della Cultura.

È il primo dicembre 2021 quando Venezi, 31 anni, debutta alla guida dell’Orchestra del Teatro Lirico di Cagliari per una serata sinfonica. L’attesa è alta per quella che i giornali definiscono “una delle giovani rivelazioni della scena internazionale”. A volerla è proprio Colabianchi, allora direttore artistico e sovrintendente, con un obiettivo chiaro: accompagnarla attraverso una serie di concerti da ospite in un percorso graduale verso un inserimento stabile, secondo una pratica diffusa che consente a orchestrali e direttori di conoscersi e lavorare insieme. Venezi dirige più volte, alternando discreti e ottimi successi di pubblico. Il direttore parla più volte in toni entusiastici del pubblico sardo, «straordinario e appassionato», del suo amore per Cagliari e della buona qualità della vita. Sembrano le parole di chi è destinato a intrecciare un rapporto duraturo. Tornerà più volte su quel palco, fino al giugno del 2025.

A marzo però qualcosa è cambiato. Colabianchi viene nominato da Giuli sovrintendente del Teatro La Fenice di Venezia. Non passano nemmeno sei mesi e Colabianchi, memore dell’intesa professionale con Venezi, decide di nominarla direttrice musicale a Venezia. Stavolta, però, senza nemmeno un concerto preparatorio. Come se il percorso fatto in Sardegna precipitasse di colpo in Laguna, dove la caratura del teatro è un’altra e, soprattutto, gli orchestrali non vengono coinvolti.

Come si sa, gli eventi precipitano. La risposta dell’orchestra e della sua rappresentanza sindacale è immediata: vengono criticate, in una lettera pubblica, la scarsa trasparenza nella procedura e il curriculum artistico di Venezi. La protesta va avanti a lungo con scioperi, manifestazioni e lanci di volantini durante le esibizioni. La risposta è altrettanto veemente. Venezi dà mostra di non maneggiare l’arte della diplomazia con altrettanta competenza della bacchetta. Parla di «teatro e Fondazione in mano ai sindacati», definendolo «un contesto anarchico». Parole dello stesso tenore arrivano da Colabianchi, intervistato sulla Stampa da Simonetta Sciandivasci. «Gli orchestrali sfiduciano chi non la pensa come loro» e, chiarendo i rapporti di forza: «Decido io, non l’orchestra». Questo fino a domenica, quando Venezi accusa di nepotismo gli orchestrali: «Io non ho padrini, questa è un’orchestra in cui i posti si passano di padre in figlio». Colabianchi a quel punto si smarca, licenzia pubblicamente Venezi, definendo le sue dichiarazioni «offensive e lesive» per l’orchestra e per la Fondazione. Il ministro Giuli lo copre subito: «Completa fiducia». Dei tre, che finora avevano parlato all’unisono, paga solo Venezi.

«Mi sembra veramente inquietante il fatto che Colabianchi adesso cerchi di ripulirsi la reputazione facendo finta che sia lui il difensore dei musicisti della Fenice, quando in realtà è la stessa persona che aveva il potere esecutivo, imponendola senza alcun processo di inserimento», commenta Delia Casadei, musicologa pisana che ha insegnato a Berkeley. «E cosa ancora più grave lo fa con il benestare del ministro: c’è un appoggio per questo procedimento antidemocratico e sopraffattorio nei confronti dell’orchestra, dove si inserisce chi ci piace a noi e se le cose vanno male si butta sotto il treno la persona che avevamo suggerito. Il problema qui è il procedimento, non soltanto la persona di Venezi, pur essendo io tra quelli che hanno accolto il suo licenziamento con sollievo». Ieri Giuli è tornato sulla vicenda, definendo l’atto «insindacabile, pur condiviso appieno dal ministro, sul quale il governo non avrebbe potuto avere e in generale non intende avere alcuna facoltà di condizionamento».

E su questo la condanna di Casadei è netta: «Mi chiedo come sia possibile che un direttore artistico di grande esperienza, con l’avallo di un ministro, abbia potuto fare una cosa imperdonabile dal punto di vista istituzionale e non si prenda nemmeno una bacchettata sulle mani mentre la sua giovane protetta, e il genere qui conta molto, diventa l'unico target di ogni critica. È stato sdoganato un metodo che può essere riproposto in qualunque momento».

Venezi ieri ha rotto il silenzio, dicendo che riguardo alla dichiarazione di Colabianchi «si dovrà rispondere in modo opportuno. Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro. I lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, mi hanno sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, con l'intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera. In Italia essere giovane è un handicap, e poi donna un’aggravante».
 

Primo piano
Il caso

Fi-Pi-Li, uomo nudo al volante: sempre più segnalazioni – La “tattica” per attirare l’attenzione

di Redazione web
Speciale Scuola 2030