Trump ha bloccato lo Stretto di Hormuz: cosa significa e quanto rischiamo di veder salire il prezzo di petrolio e benzina – I numeri
La decisione americana di fermare le navi dirette ai porti iraniani riapre uno scenario ad altissima tensione sul traffico energetico globale, con effetti immediati sulle rotte marittime e sulle quotazioni internazionali
Poco dopo le 16 italiane di lunedì 13 aprile, gli Stati Uniti hanno dato avvio al blocco delle navi dirette verso o provenienti dai porti iraniani nello Stretto di Hormuz, come anticipato dal presidente Donald Trump. La decisione, arrivata dopo il fallimento dei colloqui diretti con Teheran tenuti a Islamabad nel fine settimana, segna un salto di livello nella crisi con l’Iran e introduce una fase nuova e potenzialmente esplosiva sul piano militare, economico e diplomatico.
Un blocco che sfida il diritto internazionale
Il blocco navale è uno strumento di pressione economica che mira a limitare importazioni ed esportazioni di un Paese, colpendone direttamente le risorse e la capacità di sostenere un conflitto. Per essere considerato legittimo, il diritto internazionale impone condizioni precise: deve essere dichiarato pubblicamente, applicabile in modo effettivo, non discriminatorio e non può impedire il transito in stretti internazionali a navi non coinvolte nel conflitto. Gli Stati Uniti sostengono di non voler chiudere Hormuz, ma solo di interrompere i collegamenti con i porti iraniani. Una distinzione che, nella pratica, rischia di essere difficilmente sostenibile senza incidere sulla libertà di navigazione in uno dei passaggi marittimi più strategici del pianeta.
La macchina militare americana entra in azione
L’avvio del blocco è stato accompagnato da un massiccio dispiegamento navale. Secondo fonti citate dal Wall Street Journal, Washington ha posizionato oltre quindici unità militari nell’area: una portaerei, cacciatorpediniere lanciamissili, una nave d’assalto anfibio e altre imbarcazioni in grado di effettuare abbordaggi e scortare navi commerciali verso zone designate. Le operazioni si svolgeranno prevalentemente fuori dallo Stretto di Hormuz, per ridurre l’esposizione a eventuali attacchi iraniani. L’intelligence satellitare avrà un ruolo centrale nell’individuazione delle navi provenienti dai porti iraniani, anche nel caso in cui i transponder vengano disattivati. Il Comando Centrale americano ha avvertito che qualsiasi imbarcazione che entri o esca dall’area senza autorizzazione potrà essere fermata, dirottata o sequestrata.
Il rischio di un incidente internazionale
Fermare e ispezionare navi in mare aperto è considerato un atto ostile e, in molti casi, un atto di guerra. Il rischio di coinvolgere imbarcazioni di Paesi terzi – come petroliere indiane, pakistane o cinesi – rappresenta uno dei punti più delicati. La posizione di Pechino è particolarmente rilevante: la Cina ha invitato alla moderazione, ma dipende in modo diretto dal petrolio che transita da Hormuz e ha forti interessi commerciali nella regione. L’ipotesi, anche solo teorica, che la Cina possa decidere di scortare militarmente le proprie navi segnerebbe un salto di scala nel confronto globale.
Il nodo dei pedaggi e la risposta iraniana
Un ulteriore elemento di tensione riguarda il presunto sistema di pedaggi che l’Iran imporrebbe per il “passaggio sicuro”, con cifre che arriverebbero a due milioni di dollari. Trump ha dichiarato che nessuna nave che pagherà tali somme potrà transitare liberamente. Ma verificare chi abbia effettuato pagamenti – soprattutto se tramite criptovalute – appare quasi impossibile. Secondo diversi analisti, un blocco prolungato potrebbe essere interpretato da Teheran come un atto di guerra, legittimando una risposta militare.
Effetti immediati sui mercati energetici
Le conseguenze economiche non si sono fatte attendere. Bloomberg riferisce che i carichi di petrolio già in viaggio sono stati scambiati a prezzi record, oltre i 140 dollari al barile, con le raffinerie asiatiche concentrate più sulla disponibilità del greggio che sul costo. In Europa, il gas resta su livelli molto superiori al periodo pre-conflitto, mentre negli Stati Uniti i prezzi al consumo sono in aumento: il petrolio ha superato i 100 dollari al barile e la benzina i 4 dollari al gallone. Lo Stretto di Hormuz è cruciale per il 20% del petrolio mondiale. La sua paralisi, aggravata dalla minaccia di droni e missili iraniani, sta già spingendo al rialzo i prezzi di benzina e diesel in molti Paesi.
Gli scenari più temuti
Secondo Karen Young, del Center on Global Energy Policy della Columbia University, un blocco prolungato potrebbe lasciare fuori dal mercato circa 7 milioni di barili al giorno, tra greggio e prodotti raffinati. E anche dopo la fine del conflitto, i prezzi potrebbero restare elevati fino al 2026, finché lo Stretto non sarà pienamente riaperto e gli impianti danneggiati ripristinati. Trita Parsi, del Quincy Institute, avverte inoltre del rischio di un effetto domino: la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi sottrarrebbe un ulteriore 12% del flusso globale di petrolio, spingendo i prezzi verso quota 200 dollari al barile.
Un conflitto che può ridisegnare gli equilibri mondiali
La decisione di Trump apre una fase di incertezza profonda. Gli Stati Uniti temono l’impatto sull’economia interna e globale, mentre Asia ed Europa sono le aree più esposte a un’escalation dei prezzi energetici. Il blocco navale, se prolungato, potrebbe trasformarsi in uno dei momenti più critici degli ultimi decenni per la sicurezza energetica mondiale.
