Pensioni in Toscana, l’esperto: «Vi dico perché fra dieci anni sarà un disastro sociale». E fa un esempio choc per gli under 50
Il presidente di Ires Cgil Toscana sui rischi a breve termine: «Con il sistema contributivo chi smette di lavorare perde almeno il 40% dello stipendio»
«Quello che ci aspetta tra dieci anni, è un vero disastro sociale». Secondo Maurizio Brotini, presidente di Ires Cgil Toscana, in Toscana il sistema pensionistico attuale rischia di trasformare il diritto alla pensione in un sussidio di povertà. Con un conseguente crollo del potere d’acquisto che sta già spingendo migliaia di ultracinquantacinquenni a restare al lavoro «finché non li cacciano», bloccando di fatto il ricambio generazionale.
Brotini, partiamo dai numeri. Qual è la soglia d’allarme per i lavoratori toscani?
«Oggi la media netta degli stipendi dei lavoratori privati in Toscana è di 1. 403 euro al mese. Chi è nato dagli anni Ottanta in poi e andrà in pensione col sistema contributivo puro, se avrà la fortuna di aver lavorato senza buchi, riceverà un assegno tra gli 850 e i 1. 000 euro mensili. Una riduzione brutale: parliamo del 60% dell’ultimo stipendio».
Perché questa differenza così marcata rispetto al passato?
«Siamo a regime con la riforma del ’95. Il sistema contributivo funziona come un’assicurazione: prendi in base a quanto versi. Il vecchio sistema retributivo garantiva quasi l’ultimo stipendio; oggi il "misto" regge ancora per chi ha iniziato a lavorare prima del’95. Già oggi il 5-10% di chi esce dal mondo del lavoro subisce questo taglio netto, quindi prende il 60% dello stipendio».
La Toscana sta vivendo una forte terziarizzazione. Che impatto ha questo sulle pensioni future?
«Enorme. Stiamo perdendo occupazione industriale, dove ci sono continuità e redditi alti, a favore di quello che chiamiamo "terziario debole": turismo, commercio, servizi alle persone. In Toscana abbiamo 115mila addetti nella ristorazione e 37mila nel settore degli alloggi. Molti sono contratti stagionali o precari. Queste persone non stanno solo guadagnando poco, ma stanno accumulando contributi che non garantiranno loro una vita dignitosa domani. Il rischio è di avere migliaia di pensionati "poverissimi"».
Questo spiega perché molti toscani non vogliono più smettere di lavorare?
«Esattamente. Poiché lo scarto tra stipendio e pensione è diventato un abisso, chi può resta al lavoro. Vediamo crescere nelle statistiche il numero degli ultracinquantacinquenni ancora attivi. Non è una scelta, è necessità: non possono permettersi il crollo del reddito. E il paradosso è che mentre gli anziani sono costretti a restare, i giovani non riescono a entrare. Il governo parla di restare fino a 70 anni anche nel pubblico? È la resa: o lavori finché non muori, o diventi un povero assistito dallo Stato».
Come mai le province di Massa-Carrara e Livorno hanno le pensioni più alte della regione?
«In quelle zone le pensioni sono mediamente più alte perché figlie del vecchio sistema industriale e delle partecipazioni statali. Ma quel mondo è stato smantellato. Quello che vediamo oggi a Livorno e Massa accadrà nel resto della regione: un tessuto produttivo che si indebolisce e che genera redditi da lavoro sempre più bassi, preparando una crisi sociale senza precedenti nel giro di un decennio. La Toscana non può pensare solo al settore terziario».
La Cgil propone una "pensione di garanzia". Di cosa si tratta?
«Sosteniamo che la pensione da lavoro non possa scendere sotto una certa soglia, non può essere pari all’assegno sociale di povertà. La pensione è "salario differito": è ricchezza che il lavoratore ha prodotto e che lo Stato gli restituisce dopo. Non è un regalo. È inaccettabile che chi ha lavorato una vita debba poi ricorrere a polizze private o assicurazioni bancarie, tagliando ulteriormente lo stipendio attuale per non morire di fame domani».
Dove si potrebbero trovare le risorse per sostenere il sistema?
«C’è uno squilibrio fiscale enorme. In Italia il lavoro dipendente è tassato al 23% (aliquota Irpef minima), mentre la rendita finanziaria è tassata al 15% e la cedolare secca sugli affitti al 10%. Chi pulisce i bagni paga proporzionalmente più tasse di chi vive di rendita immobiliare o finanziaria. Bisognerebbe tassare i grandi patrimoni, i profitti d’impresa e le rendite, per smettere di gravare solo sulle spalle di lavoratori e pensionati».
