Ci lascia un mito
Gino Paoli e il suo legame con la Toscana: «Mio nonno, la Magona e quell’olio che non ho mai dimenticato»
Il cantautore è morto oggi a Genova all’età di 91 anni. Ripubblichiamo qui un’intervista del 2019 al Tirreno
(*) Gino Paoli è morto oggi a Genova all'età di 91 anni. Di seguito ripubblichiamo un’intervista del 10 settembre del 2019 al cantautore in occasione del suo concerto il piazza dei Cavalieri a Pisa per i 60 anni di carriera.
Una lunga storia di musica si celebra nel 2019 per Gino Paoli, che taglia il traguardo dei 60 anni di carriera. Sei decenni in cui la vita del cantautore genovese s’intreccia inesorabilmente con la musica e la storia del nostro Paese. Per celebrare questo eccezionale percorso artistico è in programma un concerto-evento dal titolo “Gino Paoli, una lunga storia” citando uno dei suoi successi: l’appuntamento è per domani alle 21,30 in piazza dei Cavalieri a Pisa. Sul palco con Paoli ci saranno l’Orchestra da camera di Perugia, diretta da Marcello Sirignano, oltre all’inseparabile compagno di viaggio Danilo Rea, che interpreterà con l’inconfondibile tocco del suo pianoforte, il Paoli contemporaneo e inedito, presentando i brani dell’ultimo album “Appunti di un lungo viaggio”. La parte dei classici intramontabili sarà invece condivisa con tre grandi del jazz come Rita Marcotulli (pianoforte), Alfredo Golino (batteria) e Ares Tavolazzi (contrabbasso) che lo affiancano anche negli show di “Paoli canta Paoli”. Una divisione che ricalca quella del recente “Appunti di un lungo viaggio”, che contiene due Cd: il primo, intitolato “Canzoni interrotte”, raccoglie nuovi brani inediti con gli arrangiamenti di Danilo Rea e il contributo della Roma Jazz String Orchestra; mentre nel secondo, “I Ricordi”, sono riuniti i pezzi famosi, proposti in chiave jazz con Rita Marcotulli, Alfredo Golino e Ares Tavolazzi. Alla vigilia del concerto pisano abbiamo avuto modo di fare alcune domande a Paoli, spaziando tra gli immancabili riferimenti alla sua carriera, quelli ai tempi che cambiano, e un richiamo alle sue “origini” toscane.
Chi vede - se ne esiste uno - come suo erede? Possiamo aspettarci che canzoni di oggi diventino “evergreen” come Senza fine, Sapore di sale o la Gatta, che le radio trasmetteranno anche tra decenni?
«Non amo la parola “erede”, perché sono convinto che ogni artista sia unico, non associabile agli altri. Riguardo alla musica di oggi, ho l’impressione che la canzone da mezzo espressivo sia diventata un prodotto, e come tale venga trattata. Si tende ad accontentare il pubblico e a inseguire il successo immediato e a breve scadenza. Mentre una volta il produttore era disposto a investire soldi e tempo se riconosceva il talento».
Lavora da tempo con Danilo Rea: come definirebbe la vostra collaborazione?
«Con Danilo ormai siamo una “coppia di fatto”! Sul palco abbiamo un’incredibile sintonia e ci basta uno sguardo per capirci. Non credo di aver mai avuto una tale libertà con un altro artista, una libertà che è assoluta per entrambi: io canto come se suonassi e lui suona come se cantasse».
Lei ha vissuto da protagonista diverse fasi della storia della musica italiana e quindi anche della discografia. Come ha vissuto, per esempio, la scomparsa del supporto, il vinile prima e il cd poi, e la crescita esponenziale di internet?
«La discografia oggi è sicuramente molto mutata. La rivoluzione digitale ha cambiato parametri e possibilità, internet è un mezzo straordinario che però non ha alcun controllo. Il digitale rappresenta sicuramente una grande opportunità, ma anche un rischio che bisogna gestire al meglio».
Viene spesso a esibirsi nella nostra regione, cosa la lega alla Toscana?
«Prima di tutto, le radici. Mio padre era di Piombino e mio nonno, una delle persone che ho più amato in tutta la mia vita: con quella sua straordinaria umanità, ha lavorato 50 anni in Magona come piegatore agli altiforni. Ma la Toscana per me è anche l’olio dei miei nonni che mi arriva da lontano negli anni della guerra. È la terra stessa, quella della loro casa colonica a Campiglia. Quando rimisi a posto quel podere mi chiesi se mio nonno ne sarebbe stato soddisfatto. E nel fare l’olio cerco di ricordami come lo faceva lui: ricercando la perfezione, con il rispetto per le persone e per le cose».
Per finire, ringraziandola per la disponibilità: una sua canzone si intitola “L’uomo che vendeva domande”. Ha una domanda, ancora non “venduta”, che vorrebbe farsi, e a cui avrebbe voglia di dare una risposta, perché nessun intervistatore l’ha mai formulata?
«Per quanto riguarda le domande dei giornalisti direi di no. Ma di domande me ne faccio sempre di più, me ne sono sempre fatte. E continuo a non avere le risposte, probabilmente perché non ci sono. Ma il compito di un artista forse è anche questo: fare domande, seminare dubbi…».
