Il Tirreno

Toscana

La fine di un mito

Addio Gino Paoli, il suo rifugio “nascosto” in Toscana dove dialogava con la natura – «Qui ci sono le tre cose che mi rendono felice»

di Redazione web

	Gino Paoli e il suo rifugio nascosto in Toscana 
Gino Paoli e il suo rifugio nascosto in Toscana 

Nel podere di Campiglia Marittima il cantautore ritrovava le sue radici familiari: tra olivi, mare e silenzi aveva costruito il suo rifugio toscano, un luogo che considerava parte essenziale della sua felicità

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La musica italiana perde una delle sue voci più riconoscibili: Gino Paoli è morto martedì 24 marzo, a 91 anni. Con lui se ne va un pezzo di storia della canzone d’autore, un artista capace di trasformare emozioni intime in melodie che sono diventate parte dell’identità culturale del Paese. Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, Paoli è stato uno dei pilastri della celebre scuola genovese, insieme a Fabrizio De André, Luigi Tenco, Bruno Lauzi e Umberto Bindi. Ma accanto alla Liguria, c’è un’altra terra che ha segnato profondamente la sua vita: la Toscana.

Il podere di Campiglia

Nel 2015, ospite del Santa Paolina Day a Follonica, nell’omonima azienda agricola, Paoli aveva raccontato al Tirreno un lato meno noto ma profondissimo della sua identità: il suo legame con la campagna toscana e con la produzione dell’olio. «Faccio olio perché mio padre faceva l’olio, come mio nonno e come anche il mio bisnonno», spiegava con orgoglio. Il suo podere si trova a Campiglia Marittima, in provincia di Livorno, un terreno che era arrivato in famiglia come dote della nonna. Lì coltivava gli olivi insieme al figlio, seguendo una tradizione che considerava quasi un dovere morale. Paoli raccontava di aver imparato osservando gli oliveti di tutta Italia durante le tournée: «Ogni volta che ho potuto sono andato a visitare gli oliveti locali, ho studiato le potature e parlato con i contadini. Il bello è che non si finisce mai di imparare».

Una passione che era uno stile di vita

Per Paoli l’olio non era un hobby, né un investimento: «Il guadagno è un incidente», diceva sorridendo. Fare olio di qualità, spiegava, costa molto più di quanto renda. Per questo aveva acquistato anche un piccolo frantoio, per seguire ogni fase della produzione. Il suo approccio era quello di chi vive la terra come un’eredità affettiva: «Ogni volta che ho un dubbio penso a mio nonno e cerco di tramandare i suoi insegnamenti a mio figlio».

L’ironia e la denuncia: “O siamo stati avvelenati o truffati”

Nel 2015 Paoli non aveva risparmiato una stoccata al mercato dell’olio, commentando la scarsissima produzione toscana del 2014: «Nonostante la resa quasi nulla, sugli scaffali abbiamo trovato grandi quantità di olio toscano». Poi l’affondo: «Questo può significare solo due cose: o che siamo stati avvelenati o che siamo stati truffati». Una frase che condensava perfettamente il suo spirito: diretto, ironico, allergico alle ipocrisie.

“Per essere felice mi bastano l’olio, un gatto e il mare”

Il legame di Paoli con la Toscana non era solo agricolo. Era un rapporto emotivo, quasi filosofico. Nel 2015 aveva chiuso il suo intervento con una frase che oggi suona come un testamento poetico: «Per essere felice a me bastano l’olio, un gatto e il mare». Tre elementi che raccontano la sua idea di vita: essenziale, concreta, radicata nella natura e nelle piccole cose.

Un’eredità che vive anche in Toscana

Con la sua morte, la Toscana perde non solo un frequentatore affezionato, ma un uomo che in questa terra aveva trovato un rifugio, un ritmo più lento, un modo di tornare alle origini. Il podere di San Vincenzo, gli olivi, il frantoio, le passeggiate tra mare e campagna: tutto questo resterà come parte della sua storia, accanto alle canzoni che hanno segnato la musica italiana. Gino Paoli lascia la moglie Paola Penzo e cinque figli. Ma lascia anche un pezzo di sé in Toscana, tra gli olivi che curava come si curano le memorie di famiglia.

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Ci lascia un mito

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