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La nuova era dell’acqua pubblica in Toscana? Niente Borsa, ma sì alla multiutility – Cosa cambia dopo l’ultima sentenza

di Libero Red Dolce
(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Controllo ai Comuni e fine del socio privato, ma non del modello industriale. Il risultato è un equilibrio complesso e articolato

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La gestione dell’acqua in Toscana entra in una nuova fase, che segna al tempo stesso una svolta storica e un compromesso politico-industriale che potrebbe tornare a far discutere. La sentenza del Tribunale civile di Firenze del 10 marzo ha infatti sancito il ritorno dell’acqua sotto il pieno controllo pubblico nell’area della Toscana centrale, chiudendo un contenzioso durato anni tra i soci pubblici riuniti nella multiutility Alia-Plures e il partner privato Acque Blu Fiorentine, controllato da Acea.

Il verdetto obbliga il socio privato a cedere il 40% di Publiacqua per circa 122 milioni di euro, oltre alla restituzione di 8 milioni di dividendi ritenuti indebiti. Una decisione che porta la partecipazione pubblica al 98% e che, se confermata nei successivi gradi di giudizio, segnerà la fine di un modello misto pubblico-privato avviato in Toscana alla fine degli anni Novanta con la legge Galli.

La ripubblicizzazione dell’acqua, tornata negli ultimi anni al centro del dibattito politico, si realizza dunque attraverso un passaggio chiave: non saranno i cittadini tramite forme di azionariato diffuso a riacquistare le quote, ma direttamente la multiutility pubblica Alia-Plures, che consolida così il proprio ruolo industriale e finanziario.

Tuttavia, il ritorno al pubblico non coincide con un cambiamento radicale dell’assetto organizzativo. L’acqua non verrà scorporata dalla multiutility, ipotesi sostenuta da una parte della sinistra del Partito democratico che puntava a una gestione completamente separata e autonoma del servizio idrico. Al contrario, Publiacqua resterà all’interno della galassia Plures, insieme ad altri settori come rifiuti ed energia. Una scelta che rafforza la logica industriale integrata, ma che secondo i critici rischia di mantenere dinamiche tipiche delle società per azioni anche in un ambito considerato un bene comune. In questo quadro, viene definitivamente accantonata anche l’ipotesi di una quotazione in Borsa della multiutility, così come previsto inizialmente. La linea politica regionale è ora esplicitamente contraria, con l’obiettivo di mantenere il controllo saldamente in mano ai Comuni.

La sentenza ha inoltre riconosciuto la legittimità del progetto della multiutility, respingendo le accuse del socio privato e confermando che il riacquisto delle quote è avvenuto in base a clausole contrattuali valide, legate al blocco decisionale verificatosi nel 2021. Resta però aperto il fronte giudiziario: Acea ha annunciato ricorso e potrebbe chiedere la sospensione degli effetti della decisione.

Sul piano politico, la svolta viene letta come una vittoria trasversale. Da un lato consolida il progetto della multiutility costruito negli anni dai sindaci riformisti; dall’altro intercetta le istanze di chi chiedeva un ritorno all’acqua pubblica. Il punto di equilibrio è chiaro: acqua pubblica sì, ma dentro un grande soggetto industriale.

Le organizzazioni sindacali, in particolare Cgil e Filctem, sottolineano però che la ripubblicizzazione è solo un passaggio. Per essere efficace, dovrà accompagnarsi a una trasformazione più profonda delle utility, chiamate a diventare piattaforme di innovazione, capaci di sostenere la transizione energetica, l’economia circolare e lo sviluppo del territorio. Anche sul piano istituzionale si guarda oltre. Secondo esponenti del Movimento 5 Stelle, la sentenza rappresenta un precedente importante che potrebbe sbloccare altre situazioni analoghe in Toscana, rafforzando il modello dell’affidamento “in house” e riducendo il peso delle logiche di mercato nella gestione dei servizi essenziali.

Il risultato è quindi un equilibrio complesso: l’acqua torna pubblica, ma resta dentro una struttura industriale ampia e articolata. Una soluzione che chiude una lunga stagione di conflitto, ma che apre interrogativi sul futuro della governance, sulla trasparenza e sul ruolo dei cittadini nella gestione di una risorsa fondamentale.

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