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Bosnia-Italia, Diamanti al Tirreno: «Paura? A noi le gambe non tremano. Per l’attacco vi dico la mia soluzione...»

di Alessandro Bernini

	Diamanti in maglia azzurra 
Diamanti in maglia azzurra 

Il fantasista toscano protagonista con la maglia azzurra a Euro2012: «Gattuso è l’uomo giusto, vi spiego perché»

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Era il 24 giugno 2012, una notte stellata a Kiev. L’Italia e l’Inghilterra si giocavano l’accesso alle semifinali dell’Europeo. Novanta minuti di battaglia, supplementari di ansia pura, e poi i rigori. Il calcio, si sa, ama le storie inattese, i protagonisti silenziosi che emergono dal coro. E quella sera, il palcoscenico si illuminò per un mancino fantasioso, un numero 22 dal viso simpatico e la rincorsa danzante: Alessandro Diamanti. Un giocatore che non seguiva le mode, che dipingeva calcio con il pennello del genio estemporaneo. E che, proprio in quel momento, trasformando il rigore decisivo con una freddezza glaciale, si è cucito addosso un pezzo di storia azzurra, diventando per sempre “Alino da Prato”, l’uomo che spedì l’Italia in semifinale e fece innamorare un’intera nazione del suo sinistro.

Alessandro Diamanti e la nazionale. Che ricordi. ..

«Un libro corto ma intenso e divertente. Me la sono goduta per 2-3 anni».

Vista la partita contro l’Irlanda del Nord?

«Certo. Sveglia alle 6.45 (vive a Melbourne, in Australia, ndr) e via davanti alla tv. Sapevo che non sarebbe stata una passeggiata».

E infatti...

«Ma guarda che nel calcio di oggi le squadre che si fanno prendere a pallonate non esistono più. Serviva un gol per sbloccarla».

Le piace questa nazionale?

«Se ne parla male in modo esagerato, secondo me ci sono degli ottimi giocatori».

E ora la Bosnia. C’è da temere più l’ambiente o l’avversario?

«Ma che ambiente? Nella nostra nazionale ci sono giocatori con 300 presenze tra i professionisti, gente che fa la Champions. Se uno ha paura degli stadi dove gioca, stai sicuro che a questi livelli non ci arriva. Ma poi noi abbiamo vinto un Europeo contro l’Inghilterra che giocava in casa, non ci sono mai tremate le gambe».

Giocheremo ancora col 3-5-2, modulo tanto di moda in Italia ma che a livello mondiale nessuno dei top club usa più.

«È vero, considerazione giusta. Ma a me i numeri piacciono poco. La tattica per me è finita, contano i principi di gioco. Se schieri un terzino 15 metri più avanti, ecco che hai già cambiato la squadra».

Retegui o Pio Esposito?

«Pio Esposito mi piace da impazzire. Mi piace il lavoro che fa per la squadra, come si muove, mi piace l’entusiasmo e la sua positività. Si sbatte, lotta come un leone, mi ricorda Luca Toni».

Punterebbe sulla coppia Kean-Esposito?

«Assolutamente. Per carità, anche Retegui è un bel giocatore. Ma Esposito è il mio preferito e Kean è un animale che si butta nello spazio. Si integrano perfettamente».

Resta la sensazione che a questa generazione manchi qualcosa. I Pirlo, i Baggio, i Totti, i Diamanti. Dov’è il problema?

«In una metodologia che in questo momento non sta dando frutti. Quando al Melbourne mi arrivò il primo contratto da allenatore delle giovanili, redatto dal City Group, c’erano 100 clausole. Ma non ce n’era mezza sulla necessità di vincere le partite».

Qui si fa tattica a 8 anni e poi non c’è nessuno che salta l’uomo.

«Di recente ho visto una partita di Champions dell’Inter, serviva uno che saltasse l’avversario e non c’era ne in campo ne in panchina. Nel Wolverhampton, che è ultimo in Premier, ce ne sono 4-5. È diverso tempo che mancano i trequartisti. E se ci sono, a volte vengono messi sulla fascia».

Un po’come Yildiz

«Esatto».

Gattuso è l’uomo giusto per portarci ai Mondiali?

«In questo momento è il migliore. Dà attaccamento, stimoli, senso di appartenenza. Può allenare poco perché non c’è il tempo ma sa come dare intensità».

Ottimista per Bosnia-Italia?

«Assolutamente sì».

E Diamanti? Quando lo rivedremo?

«A breve finisco il corso di allenatore, poi vediamo. Punterò su qualcosa che rispecchi il mio percorso. Le opportunità te le crei: le situazioni ci sono per tutti, spetta a te farle diventare giuste».

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