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La sentenza

Pisa, psichiatra morta cadendo dalla finestra dell’ospedale: la tragedia si poteva evitare – Cosa è stato scoperto

di Pietro Barghigiani

	L'ospedale dell'Aoup teatro della tragedia 
L'ospedale dell'Aoup teatro della tragedia 

La decisione della Corte d’Appello: risarcimento di oltre 700mila euro

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PISA. La negligenza dell’azienda sanitaria, dalle cure alla gestione della paziente, favorì la morte di una donna che doveva stare in psichiatria e non in neurochirurgia. Una professionista di 33 anni in preda da giorni a un delirio curato con farmaci inadeguati, senza contenzioni efficaci per tenerla a letto e lasciata in una stanza con le finestre.

La vicenda

La Corte d’Appello ha respinto il ricorso dell’Aoup contro la condanna del Tribunale del 2023 a risarcire con oltre 700mila euro i genitori e la sorella di una psichiatra brasiliana nella notte tra il 5 e il 6 novembre 2015 vide la finestra aperta e pensò di attraversarla per uscire dalla stanza. Un volo dal terzo piano che si rivelò fatale. Non un suicidio, ma un incidente che due gradi di giudizio attribuiscono come responsabilità civile (archiviazione nel penale) all’Aoup. La turista brasiliana era rimasta coinvolta in un grave incidente in moto la mattina del 19 ottobre 2015 sull’A12 a Massa. Era in Italia in un tour con un gruppo di appassionati di Harley Davidson quando lo schianto in autostrada interruppe la vacanza nel Belpaese. Soccorsa sul posto, venne poi trasferita a Cisanello con l’elisoccorso. Dopo neanche tre settimane l’epilogo fatale.

La tragedia

Alle 23 del 5 novembre, poche ore prima della morte, il medico di guardia aveva scritto: «Paziente molto agitata, confusa. Si somministri una fiala di morfina previo consulto con l’anestesista di guardia. Dopo la somministrazione del Serenase appare più tranquilla». Alle 1, 30 la psichiatra brasiliana aveva aperto la finestra e nel tentativo di uscire dalla stanza era precipitata dal terzo piano. «Il suo non fu il gesto deliberato di una persona che soffre al punto da non riuscire più a vivere, ma un atto commesso in preda al delirio, nella totale incapacità di comprenderne le conseguenze, da parte di una persona che ben avrebbe voluto vivere e che certamente l’avrebbe fatto ove le corrette cure l’avessero aiutato a superare i gravi problemi neurologici causati dal sinistro stradale – scrivono i giudici d’appello –. Quindi, proprio perché frutto del delirio, il gesto di aprire la finestra e passarvi attraverso era del tutto prevedibile e prevenibile».

In aula

Come stabilito dal Ctu in primo grado «le fasce utilizzate potevano andare bene per praticare una blanda contenzione, ma non per assicurare a letto una paziente in stato di agitazione psico-motoria e con idee di fuga». E ancora. Nel reparto di neurochirurgia non erano attrezzati per praticare la contenzione a letto dei pazienti che presentassero un quadro psicopatologico grave. Il personale «non ha adeguatamente vigilato sulla paziente (in considerazione della sua condizione e del fatto che era collocata in una stanza dotata di finestra) al punto che quest’ultima ha avuto il tempo necessario per alzarsi dal letto, aprire la finestra e, infine, gettarsi». Non averla sottoposta a visita psichiatrica e averle somministrato farmacie non adeguati, secondo la Corte d’Appello, ha inciso sull’esito infausto del ricovero della donna. «Se fosse stata visitata dallo specialista psichiatra sarebbe stata ricoverata nel reparto di psichiatria e non sarebbe deceduta gettandosi dalla finestra, posto che nelle stanze di tale reparto le finestre non sono previste - o comunque non sono apribili dai pazienti - proprio per evitare tali eventi». Condanna confermata e l’Aoup deve pagare anche circa 30mila euro di spese legali.
 

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