Prato, Banchelli e Targetti bocciano l’atto di accusa della Diocesi sullo sfruttamento
Gli ex candidati sindaci del centrodestra e della lista civica preferiscono dare la colpa a Matteo Biffoni
PRATO. Non è caduto nel vuoto l’atto di accusa della Diocesi sul tema dello sfruttamento lavorativo e del “distretto parallelo”, ma le prime due reazioni, quelle dell’ex candidato sindaco di centrodestra Gianluca Banchelli e dell’ex candidato sindaco della lista civica “L’alternativa c’è” Jonathan Targetti non sono tenere con la Diocesi. Dicono in sostanza che il documento arriva troppo tardi. Avrebbe dovuto essere partorito durante la campagna elettorale. Ed entrambi respingono l’idea che la città intera debba essere chiamata a un’assunzione di responsabilità se il fenomeno dello sfruttamento è stato sottovalutato. Preferiscono dare la colpa a chi la città l’ha amministrata dal 2014 al 2024, cioè al sindaco ora rieletto Matteo Biffoni.
«Ho letto con attenzione il documento "Prato: Oltre il Distretto Parallelo", presentato dalla Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Prato – dice Banchelli – Un testo che affronta temi veri, importanti, che riguardano il lavoro, la legalità, lo sfruttamento, l'integrazione e il futuro della nostra città. Molte delle analisi contenute nel documento non mi trovano in disaccordo. Da anni sostengo che il problema di Prato non possa essere ridotto a una questione etnica o di ordine pubblico, che legalità, tutela del lavoro, difesa del Made in Italy e contrasto allo sfruttamento debbano tornare al centro dell'azione politica e amministrativa. La domanda che però mi pongo è un'altra. Perché oggi? Perché questo documento arriva due settimane dopo le elezioni amministrative e non prima? Perché arriva dopo una campagna elettorale nella quale il confronto pubblico su questi temi è stato sostanzialmente impedito? Per mesi ho cercato di portare al centro del dibattito cittadino le questioni della sicurezza, della legalità e del lavoro. Ho chiesto confronti pubblici. Ho chiesto che la città si interrogasse sul modello di sviluppo seguito negli ultimi anni. Ho chiesto che si parlasse apertamente delle criticità che tutti vedevano e che molti preferivano non affrontare. La risposta è stata il silenzio. Un silenzio che non ha riguardato soltanto la politica. Associazioni di categoria, corpi intermedi, realtà influenti della città e persino chi oggi propone questa riflessione hanno scelto, consapevolmente o meno, di non alimentare un confronto pubblico vero. Si è discusso a porte chiuse. Si sono organizzati incontri riservati».
«La città – insiste Banchelli – non è stata messa nelle condizioni di confrontarsi apertamente sui temi che oggi il documento stesso riconosce come centrali. Eppure il testo individua con chiarezza una crisi che affonda le sue radici almeno dal rogo della Teresa Moda del 2013 fino ai fatti di Seano del 2024, ma faccio presente che dal 2014 al 2024 la guida della città è stata affidata alla stessa amministrazione, le scelte di quel decennio hanno avuto come responsabile Matteo Biffoni. Se oggi si afferma che il modello ha mostrato limiti evidenti, che i controlli non sono stati sufficienti, che il fenomeno dello sfruttamento continua a manifestarsi, che il rapporto tra legalità e sviluppo è rimasto irrisolto, allora non si può evitare di interrogarsi anche sulle responsabilità politiche di chi ha governato. Il documento giustamente invita a smettere di cercare sempre colpevoli esterni. Condivido: per anni abbiamo sentito dire che era colpa dei cinesi, per anni abbiamo sentito dire che era colpa di Roma, per anni abbiamo sentito dire che era colpa del governo».
Banchelli invita infine a guardare oltre. «Se davvero vogliamo superare questa logica, allora dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che una parte delle responsabilità appartiene anche a chi ha amministrato la città e ha avuto il compito di affrontare questi problemi. Non condivido invece l'idea che tutta la città sia corresponsabile nello stesso modo. Esiste una differenza profonda tra chi ha governato e chi ha subito. Tra chi aveva il potere di decidere e chi chiedeva di essere ascoltato. Tra chi ha tratto vantaggio da un sistema distorto e chi ne ha pagato le conseguenze. Tra chi ha scelto di tollerare e chi ha denunciato. A Prato esiste da anni una parte della città civile, civica e politica che sostiene con convinzione che la legalità debba essere il fondamento di qualsiasi politica di sviluppo. Esiste una parte della città che ritiene che il Made in Italy non possa essere affidato a sacche di illegalità e sfruttamento. Esiste una parte della città che ritiene necessario separare con chiarezza le aree produttive da quelle residenziali. Esiste una parte della città che crede che il dialogo con le comunità straniere sia fondamentale, ma che debba fondarsi su regole chiare, reciproche e non negoziabili. Esiste una parte della città che considera la tolleranza verso l'illegalità non un segno di apertura, ma una forma di debolezza. Questa parte della città c'è sempre stata. Non è stata ascoltata abbastanza. E solo di questo mi prendo la responsabilità di non essere riuscito a farmi sentire a sufficienza. Oggi il documento della Pastorale Sociale pone molte domande corrette, che diventano però davvero utili solo quando vengono poste nel momento giusto e a tutti i soggetti coinvolti. Anche a chi ha governato. Anche a chi ha scelto di non alimentare il confronto pubblico. Anche a chi, pur vedendo i problemi, ha preferito rinviare il dibattito. Noi continueremo a esserci. Da cittadini, da amministratori, da rappresentanti politici. E, per quanto mi riguarda, anche da cattolico. Perché credere nella legalità, nella dignità del lavoro, nella responsabilità personale e nel bene comune non significa soltanto denunciare i problemi dopo che si sono manifestati. Significa avere il coraggio di affrontarli quando c'è ancora la possibilità di scegliere una strada diversa».
Argomentazioni simili vengono esposte da Jonathan Targetti.
«Abbiamo letto con attenzione il documento della Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Prato dedicato al tema dello sfruttamento lavorativo, dell'illegalità economica e delle criticità del distretto produttivo pratese – dice Targetti – Si tratta di un testo che contiene elementi di analisi condivisibili e che finalmente riconosce problemi che da anni vengono denunciati da cittadini, associazioni, forze politiche e operatori economici. Tuttavia, proprio perché affronta questioni così gravi, non possiamo esimerci dal rilevare alcune pesanti contraddizioni. La prima riguarda l'attribuzione delle responsabilità. Nel documento si parla genericamente di una "città" che avrebbe sottovalutato il fenomeno, tollerato zone grigie e chiuso gli occhi davanti allo sfruttamento. Ma questa ricostruzione rischia di essere profondamente ingiusta. Le responsabilità non sono della città nel suo complesso. Non sono dei cittadini che per anni hanno chiesto controlli, legalità e trasparenza. E non sono neanche di chi da anni denuncia il problema sul piano politico. Le responsabilità sono anzitutto politiche e amministrative. Per decenni Prato è stata governata dalla stessa forza politica che ha minimizzato il problema, negato la portata del sistema illegale, respinto ogni allarme e spesso liquidato come allarmismo o propaganda le denunce provenienti da chi chiedeva interventi concreti. Oggi non si può riscrivere la storia distribuendo indistintamente le colpe sull'intera comunità pratese. Chi ha avuto responsabilità di governo deve avere il coraggio di assumersi le proprie responsabilità. La seconda contraddizione riguarda la credibilità politica dell'operazione. È difficile non rilevare come la Pastorale Sociale e tutto il mondo legato alla Diocesi abbia avuto un coinvolgimento diretto nella vita politica cittadina anche recente con numerosi candidati ed eletti proprio nelle liste del Pd o della civica a sostegno di Biffoni. Scelte legittime, per carità, ma pur sempre di parte. Questo elemento non può essere ignorato quando si pretende di impartire lezioni di responsabilità collettiva senza affrontare le responsabilità specifiche di chi ha amministrato la città. Infine, non possiamo non sottolineare la tempistica dell'iniziativa. Un documento di questa portata, che affronta il tema centrale del futuro economico, sociale e civile di Prato, viene diffuso a poche settimane dal voto amministrativo. Una coincidenza che appare quantomeno singolare. Se davvero l'obiettivo era aprire una riflessione libera e trasparente sulla città, sarebbe stato più corretto e più utile presentare questo lavoro all'inizio della campagna elettorale, consentendo ai cittadini e ai candidati di confrontarsi apertamente sui contenuti e sulle responsabilità. Pubblicarlo a ridosso delle urne rischia invece di apparire come un intervento tardivo che finisce inevitabilmente per assumere una valenza politica.
Prato ha bisogno di verità, non di ricostruzioni parziali. Ha bisogno di chiamare le cose con il loro nome e di individuare con precisione chi ha governato, chi ha deciso e chi ha scelto di non vedere. Solo partendo da questa assunzione di responsabilità sarà possibile costruire un futuro diverso per la città».
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