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Prato, la rivolta dei docenti del Livi: «Se l’antifascismo è reato, noi siamo colpevoli»

di Redazione Prato
Prato, la rivolta dei docenti del Livi: «Se l’antifascismo è reato, noi siamo colpevoli»

Una lettera aperta firmata da 120 insegnanti dopo l’invito di Azione Studentesca a segnalare i prof di sinistra

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PRATO. “Se l’antifascismo è reato, noi ci dichiariamo colpevoli”. Lo scrivono 120 docenti del Liceo scientifico Livi, finito al centro di un caso dopo che Azione Studentesca, il movimento giovanile di Fratelli d’Italia, ha invitato gli studenti a segnalare gli insegnanti di sinistra, quelli che si ostinano a insegnare i valori dell’antifascismo. Ecco il testo della lettera aperta che gli insegnanti hanno diffuso oggi, 27 gennaio, proprio nel Giorno della memoria, dedicato alle vittime dell’Olocausto.

«Nel mondo alla rovescia in cui stiamo vivendo, capita dunque che noi, insegnanti dell’Istituto Livi, dobbiamo difenderci dal “delitto infamante” di antifascismo, lo facciamo, fintanto che ne avremo la possibilità, con alcune osservazioni:

L’antifascismo non è uno sfizio o una forzatura ideologica di qualche esagitato, ma un dovere costituzionale di ogni insegnante. Esso discende dalla nostra Carta, frutto della lotta di liberazione e della Resistenza, che alla XII disposizione transitoria finale mette in guardia da ogni rigurgito di restaurazione neofascista. Sappiamo che i fenomeni storici non si ripetono mai integralmente, ma la conoscenza del passato può dare strumenti di decodifica contro la propaganda, le semplificazioni demagogiche, l’ignoranza prepotente che porta sempre a forme – magari nuove – di autoritarismo.

Essere antifascisti, come testimonia proprio la Costituzione, non è la caratteristica di una determinata parte politica, ma è la premessa di tutte le forze e di tutti gli individui che si riconoscono nella democrazia italiana. Antifasciste furono tutte le forze, che attraversando l’intero arco parlamentare da destra a sinistra, contribuirono alla Resistenza prima e alla stesura della Costituzione poi. Usare la categoria di antifascismo per designare un’appartenenza politica precisa è dunque una mistificazione sul piano ideologico e un errore marchiano sul piano storico.

Sempre la Costituzione (siamo ripetitivi, ma non abbiamo altra stella polare nel mare in tempesta che è la cronaca nazionale e internazionale di questi tempi cupi) all’art. 33, concede fiducia agli insegnanti, riconoscendo la loro libertà in quanto educatori di organizzare attività didattiche in piena libertà e nel rispetto dei vincoli dettati dalla Carta stessa, che come detto è intrinsecamente antifascista. Tali attività riguardano anche l’educazione civica, materia trasversale che ha come finalità quella di dare delle sollecitazioni, appunto “civiche”, inerenti al vivere associato, ai nostri studenti.

Altro dunque che “festival del pensiero unico”, la scuola è la piazza delle diversità, il luogo di incontro di culture e etnie diverse che cercano di trovare un punto di convivenza nel sapere come strumento di libertà ed emancipazione. Sono proprio questi principi di rispetto e di inclusione che spesso faticano a manifestarsi al di fuori delle nostre aule e a cui teniamo in modo particolare. La scuola è il luogo dove davvero si prova a rendere vivo l’art. 3 della Costituzione, lottando ogni giorno in modo attivo contro ogni forma di discriminazione.

Dunque nessun “catechismo politico”, la nostra idea di insegnamento è laica e rispettosa di ogni orientamento culturale, ma non può essere ciò che forse vorrebbero questi giovani nostalgici, cioè “la scuola fascista in cui lo studio è concepito come formazione di maturità che attua il principio d’una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà”. (Carta della scuola fascista, 1939)

La nostra scuola non è un’isola: le nostre iniziative si sono sempre inserite in un più ampio contesto di rete territoriale che comprende le istituzioni (i Comuni di Prato e Montemurlo, il Carcere, la Questura, il Museo della Deportazione e della Resistenza) a testimonianza che i nostri valori sono condivisi da chiunque operi nel solco costituzionale.

Quanto alle allusioni un po’ melliflue della “vigliaccheria dei tanti contro i pochi”: siamo contro ogni forma di violenza e condanniamo ogni intimidazione, anche quella di chi affigge striscioni all’esterno di una scuola per stigmatizzarne le attività (è successo più volte al Livi) invece di cercare un confronto aperto e democratico nei luoghi a ciò deputati.

Concludiamo dicendo che le liste di proscrizione e le raccomandazioni quasi intimidatorie (“la scuola farebbe meglio…”) non ci dissuaderanno dal fare in piena serenità il nostro lavoro: non siamo eroi, come pelosamente in altri tempi alcuni politici ci definirono, vogliamo solo essere cittadini liberi che difendono un prezioso “organo costituzionale” (così la scuola pubblica secondo Piero Calamandrei) e che agiscono nei modi e nei metodi tracciati proprio dalla Carta Costituzionale, legge fondamentale del nostro Stato».

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