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Il caso

Prato, il traffico di migranti e l’amicizia tradita: strangolato con un cavo elettrico ventisettenne

di Redazione Prato

	Il procuratore e l'ingresso del palazzo di giustizia
Il procuratore e l'ingresso del palazzo di giustizia

Vivevano in città e da qui gestivano un traffico di migranti verso Austria e Germania. Uno dei due sedicenti amici di Ijaz Ashraf, il giovane ucciso, è indagato per omicidio. Il suo corpo fu ritrovato su una autostrada in Ungheria. L’inchiesta della Procura pratese ricostruisce affari, minacce, viaggi notturni e un regolamento di conti tra soci. Entrambi sono a piede libero e ricercati

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PRATO. Si erano presentati come amici in apprensione per l’amico sparito senza lasciare traccia. Vivevano tutti a Prato, come la vittima. Da Prato gestivano i contatti, organizzavano i viaggi, facevano partire le auto cariche di uomini lungo la rotta dell’Est. Oggi, a distanza di oltre due anni, quei “sedicenti amici” sono al centro di un’inchiesta per omicidio che ricostruisce una storia di affari sporchi, minacce, viaggi notturni e un corpo abbandonato lungo un’autostrada straniera. La vittima è Ijaz Ashraf, pakistano nato nel 1996, strangolato con un cavo elettrico di plastica e ritrovato il 6 settembre 2023 sull’autostrada M7, in Ungheria.

L’indagine

L’indagine della Procura di Prato, coordinata dal procuratore Luca Tescaroli, parte proprio dalla città dove tutti vivevano e dove, secondo gli inquirenti, aveva base il traffico di migranti clandestini verso Austria e Germania, passando dall’Ungheria. È qui che il 6 settembre 2023 due connazionali di Ashraf, indicati negli atti come Alfa e Beta, si presentano spontaneamente per denunciare la sua scomparsa. Raccontano di non avere sue notizie dalla sera del 4 settembre. Dicono di temere per la sua incolumità. Rivelano poi di un giro di trasporto di migranti gestito insieme, con una Mercedes Classe C acquistata appositamente per quell’attività.

Negli ultimi giorni, spiega la Procura, erano scoppiati violenti contrasti per i soldi. Ashraf sospettava di essere stato truffato. Pretendeva la sua parte. Voleva rivendere l’auto. L’altro socio si era opposto. Erano volate minacce di morte via WhatsApp, alcune ascoltate anche in diretta. Una resa dei conti annunciata dentro una società criminale improvvisata.

I tabulati telefonici raccontano il resto. Il cellulare di Ashraf viene agganciato per l’ultima volta la mattina del 5 settembre 2023 nei pressi di Bologna, lungo l’Autostrada del Sole. Poi viene spento. Uno dei due denuncianti, nelle stesse ore, parte da Prato e risale l’Italia verso il Nord-Est, entra in Slovenia, poi in Ungheria, per rientrare la mattina successiva. L’altro, tra il 5 e l’8 settembre, effettua decine di chiamate automatiche a vuoto verso il telefono della vittima, tutte di zero secondi, come se stesse cercando di tenere in vita un numero che non risponde più.

Il testimone

C’è poi una confidenza che pesa come una pietra. Un testimone racconta di aver ricevuto da uno dei due una rivelazione: “Un cugino ha ucciso una persona, il corpo è stato abbandonato”. Poi la verità: non un cugino, “ma io”. In quei giorni la scomparsa di Ashraf è già diventata un caso. Quando dall’Ungheria arriva la notizia del ritrovamento di un cadavere lungo la M7, l’identificazione chiude il cerchio. È Ijaz Ashraf. Ucciso per strangolamento con un cavo elettrico di plastica.

La Procura procede per omicidio ed estorsione. Uno dei due sedicenti amici è indagato. L’altro resta sotto la lente degli investigatori. Entrambi sono a piede libero e ricercati, probabilmente servirà una rogatoria per applicare misure cautelari. La ricostruzione parla di un regolamento di conti interno al traffico di esseri umani, gestito da Prato verso l’Europa centrale. Una storia di affari, tradimenti e violenza che parte dalle periferie industriali della città e che per quelle periferie faceva arrivare forza lavoro e finisce su un nastro d’asfalto straniero.

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