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La sentenza

Pistoia, cuoco licenziato per molestie sessuali a mamma e figlia - Il giudice: «Non erano battute infelici»

di Pietro Barghigiani
Pistoia, cuoco licenziato per molestie sessuali a mamma e figlia - Il giudice: «Non erano battute infelici»

Le donne denunciarono frasi sessiste e contatti fisici pesanti in cucina

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LUCCA. Per lui erano solo battute infelici. Per loro, madre e figlia, al contrario sono stati episodi sgradevoli con allusioni sessuali degenerate in contatti fisici indesiderati. Due versioni dei fatti che, prima la società di ristorazione, e poi il Tribunale hanno chiarito a livello di responsabilità con la decisione di licenziare il cuoco di due locali a Pistoia e Camaiore.

Il licenziamento legittimo

Non erano uscite goliardiche, appesantite da volgarità e strusciamenti, tra colleghi di lavoro in cucina quelle diventate segnalazioni formali delle due dipendenti al titolare. Il comportamento del cuoco ha avuto un profilo grave da determinarne il licenziamento ritenuto legittimo dal Tribunale di Pistoia (giudice Giulia Pecchioli). E dire che era stato avvertito di smetterla con quell’atteggiamento sessista d’altri tempi. Non l’ha capito. Nel settembre 2022, al rientro dal viaggio di nozze, era stato mandato a casa anche per la sanzione di 2mila euro ricevuta dal titolare dopo un controllo dei carabinieri del Nas per la mancanza del registro degli allergeni nel ristorante di Camaiore. Una svista che aveva esposto il ristorante a possibili conseguenze civili e penali nel caso in cui un cliente allergico si fosse sentito male.

Cosa è successo

Il Tribunale ha riconosciuto al cuoco i 3mila 539 euro di Tfr, ma in parallelo lo chef deve restituire i 2mila euro di sanzione pagati dalla società per la negligenza sugli allergeni. Nel campionario delle “battute infelici” verso mamma e figlia, che a un certo punto scrissero al proprietario di non voler più lavorare con quella persona in cucina, il tema sessuale guida l’approccio dell’uomo verso chi gli sta accanto.

Si va dalla frase «ti fanno proprio un bel culo quei pantaloni» alla considerazione «certo un po’ di seno te lo potevano lasciare anche a te» e all’esplicita richiesta «ma quando è che si fa sesso?». Frasi e comportamenti non assecondati che avevano creato un’apprensione seria nelle due donne. Più volte avrebbe anche preso una dipendente per i fianchi spostandola dicendo «non vorrei appoggiartelo, non che la vista non mi piaccia ma potresti scansarti» e in un’altra occasione avrebbe preso una collega da dietro baciandola sul collo con una reazione immediata della donna che lo invitava a smettere. Una delle due testimoni ha confermato al giudice che «queste cose mi sono state dette in cucina mentre stavo preparando le patatine per gli aperitivi».

La sentenza

Per il Tribunale non è discussione la censura su gesti e frasi del cuoco i cui «comportamenti integrano gli estremi della molestia sessuale, ricorrenti in quei comportamenti indesiderati a connotazione sessuale, espressi in forma fisica, verbale e non verbale, aventi lo scopo o l’effetto di violare la dignità di una persona, in particolare creando un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo». Se erano momenti scherzosi e battute per allentare la tensione sul lavoro era un ragionamento voluto e interpretato solo da lui. E non aver capito che quelle parole venivano vissute come un fastidio pesante è stato un limite che gli è costato il posto di lavoro.

Quello che è rilevante per il giudice è che «con le condotte descritte, prima al datore di lavoro e poi in sede di istruttoria orale in questo giudizio, dalle due colleghe, il ricorrente (il cuoco, ndr) abbia verbalmente e talora anche fisicamente importunato queste ultime, sul luogo di lavoro, con condotte indesiderate, a connotazione sessuale, che ne hanno violato la dignità, causando nelle vittime un senso di degradante disagio, tanto da frapporre un rifiuto al rientro a lavoro nel caso vi fosse stato presente anche lui». Il proprietario dei ristoranti ha scelto senza indugio a chi dare retta e il Tribunale gli ha dato ragione.
 

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