Pisa, in congedo per il marito malato: licenziata centralinista non vedente
La denuncia di Lorella Barbuti, ex dipendente di Patrimonio Pisa srl che si è rivolta al giudice del lavoro citando la società per mobbing. Il contenzioso è tuttora in corso
PISA. «Per anni ho cercato di fare in modo che la mia cecità assoluta non fosse un limite. Oggi sento il bisogno di raccontare la mia esperienza non solo come lavoratrice, ma anche come donna e moglie che, nel momento di massimo dolore, ha percepito una forte mancanza di empatia e comprensione». È una ferita profonda quella che condivide pubblicamente Lorella Barbuti, 67 anni di San Giuliano, ormai ex centralinista prima della Valdarno srl e poi di Patrimonio Pisa srl, società in cui la Valdarno è confluita e partecipata al 100% dal Comune.
Affetta da una maculopatia degenerativa che l’ha resa negli anni completamente cieca, la donna racconta di essersi sentita messa sempre più ai margini dalla società e di essere stata trattata ingiustamente nel momento di maggior sofferenza per la malattia del marito Giacomo Sbrana, morto lo scorso dicembre a 72 anni. Fino a ricevere dalla società– tre giorni dopo la sepoltura del marito – la lettera di licenziamento per raggiungimento dell’età pensionistica: non proprio la formula di “uscita” sperata. Nonostante i problemi fossero iniziati da molto prima, la situazione, dice la donna, sarebbe degenerata «con l’aggravarsi della malattia oncologica di mio marito, che a causa della mia disabilità visiva era l’unica persona che poteva accompagnarmi al lavoro».
«Ho chiesto all’azienda di poter proseguire nello smart working, come in precedenza – spiega la 67enne – Per me era una necessità umana e pratica: la richiesta è stata oggetto anche di un tentativo di mediazione ma l’esito è stato negativo. Non mi sono state proposte soluzioni alternative concrete che, tenendo conto della mia disabilità e della situazione di mio marito, mi permettessero di raggiungere l’ufficio e svolgere le mie attività. Un irrigidimento organizzativo poco attento alla mia particolare condizione. Mi sono sentita costretta a ricorrere al congedo previsto dalla legge 104 per poter stare accanto a mio marito negli ultimi mesi della sua vita, fino a quando è deceduto il 4 dicembre. È un dolore che porto ancora dentro, e che si intreccia con quanto è accaduto sul piano lavorativo. Dopo il decesso, ho comunicato la fine del congedo e manifestato la volontà di confrontarmi con l’azienda per trovare insieme una modalità di uscita dignitosa. Mi aspettavo un dialogo, un minimo di attenzione al mio stato di vedova e di persona con disabilità. Al contrario, mi è stata recapitata una lettera di licenziamento, decisa unilateralmente dall’azienda. Io ho vissuto questo provvedimento come estremamente duro, specialmente in quel momento di fragilità personale».
Già alcuni mesi prima, Lorella Barbuti si era rivolta al giudice del lavoro di Pisa facendo causa alla Patrimonio srl per demansionamento e mobbing. Un contenzioso ancora in corso – elemento sottolineato anche dal Comune, da noi contattato, nell’evitare qualsiasi replica o commento sulla vicenda – che presto potrebbe arrivare a conclusione.
«Per me questo licenziamento non rappresenta solo la conclusione di un rapporto di lavoro già segnato da incomprensioni e da situazioni emarginanti – riprende Barbuti – ma anche l’epilogo di un percorso in cui, mi sono sentita progressivamente messa da parte e oggetto di decisioni che hanno finito per annullare il mio ruolo e la mia presenza, pur continuando io a considerarmi una lavoratrice motivata. Ho affrontato un processo penale dal quale sono stata assolta (l’accusa era di truffa allo Stato per aver “finto” una patologia più grave di quella reale per ottenere l’indennità di accompagnamento, ndr) , mi sono sentita isolata e privata delle mansioni che svolgevo da tempo. L’ultimo gesto, in un momento per me così delicato, è stato un ulteriore colpo inferto a una donna rimasta sola, che chiedeva soltanto di poter concludere il proprio percorso professionale con rispetto e dignità».
«Per queste ragioni – conclude – non riesco a restare in silenzio. Ritengo che le decisioni assunte nei miei confronti siano state profondamente ingiuste. La mia battaglia continua nelle sedi opportune, non solo per me stessa, ma perché nessun’altra persona si trovi nelle condizioni di dover scegliere, di fatto, tra il diritto al lavoro e il diritto di vivere con dignità il proprio dolore».
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