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Il caso

Perde l’amato cane, riconosciuto il “danno affettivo”. Clinica veterinaria dovrà risarcire il proprietario

di Pietro Barghigiani
Un Rottweiler in una foto di repertorio
Un Rottweiler in una foto di repertorio

«Non aveva individuato adeguatamente la patologia per la quale il Rottweiler è poi deceduto»: cosa dice la sentenza d’appello

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LUCCA. Il dolore provato per la morte di un animale domestico va risarcito. Lo ha stabilito la Corte d’Appello di Firenze accogliendo il ricorso del proprietario di un Rottweiler deceduto per un tumore nasale in fase avanzata non diagnosticato da una clinica veterinaria (pensavano che il disturbo derivasse da un forasacco, ndr) della Valdinievole.

Quello che il Tribunale di Lucca aveva negato in termini di risarcimento, viene ora riconosciuto dai giudici fiorentini della quarta sezione civile (Santese presidente, Conte consigliere estensore, Mazzarelli consigliere). La somma che la clinica deve versare all’ex cliente è di 2.500 euro, oltre alla restituzione di 600 euro per le fatture pagate durante le visite iniziali, quando il cane di oltre 11 anni aveva iniziato a stare male.

La vicenda

È una storia di un legame profondo tra l’amico umano e il compagno a quattro zampe che viveva in simbiosi con il suo proprietario. L’uomo, assistito dagli avvocati lucchesi Federico Corti e Matteo Mandoli, era andato persino in una clinica a Zurigo per far curare il suo cane, sostenendo le spese delle terapie sperimentali (oltre 6mila euro) e di soggiorno (3.500 euro) per un miracolo che non si era avverato. I giudici, forti di una consulenza tecnica, hanno ritenuto che la svista della clinica con sede in Valdinievole aveva ridotto le speranze di vita del Rottweiler, la cui sorte era ormai segnata. Se avessero capito subito la patologia e adottato le prestazioni necessarie, il cane avrebbe vissuto almeno altri tre mesi evitando le sofferenze cui andò incontro. Uno scarto temporale minimo, ma che ha procurato al proprietario un dolore da “lesione del rapporto affettivo”. Un danno non patrimoniale da dover risarcire.

La vicenda risale al 2019 con l’epilogo dell’eutanasia nell’aprile 2020. Per sottolineare il legame intenso tra umano e animale la Corte d’Appello ricorda che il cane veniva portato fuori anche nelle uscite serali con gli amici dell’uomo e i due dormivano nella stessa camera. Sul punto poi sostenuto dai veterinari sull’assenza di dolore per gli animali, i giudici scrivono: «Sorprende che un’affermazione di tale tenore provenga da medici veterinari, che ben dovrebbero sapere che gli studi scientifici dimostrano l’esatto contrario, tanto che lo stesso legislatore ha riconosciuto una dimensione psicologica del dolore animale, e a più riprese evidenziato che gli animali sono “esseri senzienti”». E proprio il concetto di essere senziente è alla base della sentenza che riprende una serie di pronunciamenti ormai consolidati.

La sentenza

«Chiunque condivida la propria casa e la propria vita con un animale domestico sa bene che il rapporto affettivo che si instaura è così profondo da poter essere assimilato senza forzatura alcuna ad un rapporto familiare – si legge nella sentenza –. Nei confronti del nostro cane o del nostro gatto si nutrono sentimenti di protezione come se fossero eterni cuccioli, e ciò tanto più quando sono vecchi o malati. Non solo: il fatto che essi non possano curarsi da soli determina, in quegli esseri umani che abbiano instaurato un rapporto significativo coi propri animali domestici, un senso profondo di responsabilità nei loro riguardi». Aver assistito alle sofferenze terminali del proprio cane per la mancata diagnosi di chi avrebbe dovuto capire e curare la malattia è un danno da risarcire.

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