Il Tirreno

La sentenza

Massa, cadde a terra in ospedale durante un Tso e morì dopo 18 mesi: famiglia risarcita con 2 milioni di euro

di Pietro Barghigiani
Massa, cadde a terra in ospedale durante un Tso e morì dopo 18 mesi: famiglia risarcita con 2 milioni di euro

L’Azienda condannata per la morte della paziente rimasta in stato vegetativo fino al decesso 

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MASSA. Era in uno stato di agitazione psicofisico talmente grave da richiedere un trattamento sanitario obbligatorio. Per il suo bene e quello dei familiari. Andarono a prenderla a casa per portarla in ambulanza in ospedale. E qui i medici le somministrarono un farmaco potente per sedarla. Qualcosa non funzionò nella dose, ma anche nella successiva vigilanza della paziente. La donna svenne e nel cadere sul pavimento picchiò la testa. Un impatto dagli effetti irreversibili. Da quel momento iniziò un conto alla rovescia concluso con il decesso. Quasi un anno e mezzo scandito da un’esistenza segnata dal coma, poi passata allo stato vegetativo. Un supplizio inflitto ai familiari che non va rubricato alla voce di una fatalità.

Per il Tribunale di Massa (giudice Michele Fornaciari) la responsabilità sanitaria per la caduta e la successiva morte della paziente va imputata al Nuovo Ospedale delle Apuane di Massa. La causa avviata dai genitori e della sorella della vittima di malasanità si è conclusa con la condanna della struttura a pagare oltre 2 milioni di euro ai familiari della donna uscita di casa per un Tso e finita in coma dopo la caduta in corsia.

La storia con una fine tragica inizia nel gennaio 2018. Nella casa di Carrara della donna arrivano i sanitari per eseguire un Tso. In ospedale viene sottoposta a un trattamento curativo farmacologico importante e dopo poco, improvvisamente, perde i sensi e cade a terra. Le lesioni alla testa impongono un trasferimento d’urgenza a Pisa all’ospedale Santa Chiara dove la donna finisce in coma. Il mese dopo viene trasferita nel reparto dei gravi cerebrolesi a Cisanello, sempre a Pisa, e a maggio in una casa di cura privata a Viareggio. E qui rimane in stato vegetativo fino alla morte arrivata a chiudere il calvario nel giugno 2019.

Un dolore quotidiano durato quasi un anno e mezzo per i familiari che hanno contestato «sia la sussistenza dei presupposti del Tso, sia l’adeguatezza del trattamento farmacologico somministrato alla figlia/sorella, sia il mancato controllo circa i movimenti di quest’ultima – è la sintesi della loro azione legale -. E sostenendo la causalità fra tali carenze e la caduta, e quindi la morte, della stessa, hanno conseguentemente chiesto il risarcimento del danno, sia jure hereditatis sia jure proprio».

L’ospedale si è difeso sostenendo l’assenza di omissioni o errori, ma i consulenti nominati dal giudice hanno rimosso qualunque dubbio sulla negligenza all’origine della caduta dall’esito mortale.

«Dall'esame della documentazione clinica emergono i seguenti scostamenti dalle buone pratiche assistenziali – scrivono gli specialisti del Tribunale –. Carenza anamnestica con mancata acquisizione della storia farmacologica e clinica pregressa, elemento essenziale per la corretta impostazione terapeutica e la stratificazione del rischio; somministrazione di due dosi ravvicinate di aloperidolo (6 mg totali in 2h20') in paziente con storia farmacologica ignota, senza applicazione del principio "start low, go slow"; assenza di controllo dei parametri vitali/rivalutazione clinica nel periodo intercorso tra le somministrazioni di terapia farmacologica, nonostante il noto rischio di ipotensione ortostatica».

La sommatoria delle lacune riscontrate nel trattamento della paziente porta alla conclusione dell’esistenza di «profili di negligenza nella condotta assistenziale».

Per il giudice, che fa propria la consulenza dopo aver valutato anche quella dell’ospedale, la «somministrazione di aloperidolo senza adeguato monitoraggio e senza adozione di precauzioni in paziente con storia farmacologica ignota ha avuto incidenza causale sulla caduta e, conseguentemente, sul trauma cranico che ha determinato lo stato vegetativo e, in ultima analisi, il decesso». Errori e omissioni tradotti in un risarcimento di oltre 2 milioni di euro.l
 

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