Marina di Carrara fra movida e risse: «Così le gang lottano per la piazza di spaccio della droga»
Parla l’imprenditore della notte che gestì due mitiche discoteche: traccia la sua ricetta per contenere gli eccessi. E annuncia: «Mi hanno chiamato per una serata a fare il dj a 81 anni»
MARINA DI CARRARA. Il 21 luglio sarà in piazza Calandrini a Sarzana: «Mi ha chiamato la sindaca Ponzanelli a fare il dj», dice. A 81 anni, Dino Neri ne mostra una ventina di meno: eppure ha vissuto tutta la sua vita di notte. È il ’68 quando inizia la carriera di disc jockey, a Marina di Carrara, in un locale che ha fatto la storia delle notti danzanti marinelle: l’Universal Club, «cioè la prima balera con orchestra che diventa discoteca».
Nel ’73 approda alla mitica Alhambra di Sarzana: dal 1981 la guida. È il 1983 quando gestisce anche la discoteca Paradise di Marinella, dove i cinquantenni di oggi organizzavano ogni giugno le feste di fine- scuola (e non solo) con l’attesissimo C’era l’H: la tiene fino al 2012. Oggi, da 13 anni a questa parte, si occupa per conto del figlio – notissimo disc jockey, Alex dj – del night che si chiamava La Spiaggia, ribattezzato The New Beach Club: siamo al civico 32 di viale Amerigo Vespucci, la strada dei bagni, tra il karaoke de La Tortuga (ex La Tuga), la musica da disco del Barlume e le feste del Doride Beach. All’esperienza di una vita intera Neri mixa un’ottima visuale sul fenomeno-movida. E ha molte idee su come arginare gli effetti peggiori del divertimento notturno. Parte da un punto fermo: «La discoteca, sappiatelo – dice – non è un luogo di perdizione».
Il suo locale è un night, chi lo frequenta?
«Un pubblico variegato, incluso qualche giovane. Sono tutti clienti a cui non manca la banconota da dieci euro: comprano bottiglie e le ballerine, o meglio, le figuranti di sala, fanno compagnia; sia chiaro: il prezzo dello champagne non include che si possano allungare le mani sulle ragazze».
Lei ha mai avuto problemi nel suo locale?
«Dunque, la clientela del night deve essere gestita perché di solito è costituita da gente che fa i soldi facilmente..Io però faccio-filtro alla porta e quindi non ho mai avuto problemi, non ho mai chiamato né carabinieri, né poliziotti neanche quando mi hanno minacciato di morte perché ho impedito l’ingresso».
Lei da qui ha un punto di osservazione privilegiato: cosa vede nelle notti della movida in questo tratto così frequentato di viale Vespucci?
«Vedo poco, piuttosto sento. Le sirene: quelle delle ambulanze e quelle delle auto di carabinieri e polizia».
E che significa quando sente le sirene?
«Che si sono presi a botte, che c’è stata una rissa, episodi che accadono assai di frequente».
E secondo lei perché c’è questa aggressività diffusa?
«Perché le gang si fronteggiano per il controllo delle zone dello spaccio di droga».
Da chi sarebbero composte queste gang?
«Da giovani, poco più che maggiorenni, se c’è di mezzo un minorenne è perché ci è capitato incidentalmente, tirato dentro dal capetto di turno. Io credo che siano miste: ragazzi marinelli e ragazzi extracomunitari. Di solito quello più atletico, il picchiatore, diventa il capo e si crea gli antagonisti».
E cosa si può fare?
«Innanzitutto, gli accorgimenti presi fino ad ora sono l’esatto contrario di ciò che, secondo me, bisognerebbe fare. Scoppia una rissa in un disco club e cosa si fa? Lo si chiude: si dà la colpa al gestore, che diventa il capro-espiatorio e si lascia impunito il provocatore».
E lei cosa propone?
«Io vieterei che si possa entrare-e-uscire dal locale. Quando varchi la soglia, stai dentro. Se vuoi uscire, non entri più. Crede forse che lo spacciatore vada in discoteca o al pub con 50 dosi in tasca? Sa come funziona?».
Ce lo dica…
«Se ne mettono tre-quattro addosso, le altre le nascondono: qui su viale Vespucci, per esempio, nelle siepi, nel cantiere della Caravella. Piazzano quelle che hanno con sé e quando le hanno finite, fanno la spola, dai locali al nascondiglio».
Altri accorgimenti?
«Farei pagare all’ingresso un biglietto non irrisorio, 30 euro, per esempio, che consente una/massimo due bevute: quelle successive, al bar, le fai pagare salate. Perché se vuoi riempire facilmente il cassetto con l’alcol, non ti bastano 50 buttafuori per gestire la situazione. E ancora: se entri alle 21, paghi 10 euro; alle 22, il biglietto sale a 20 euro; alle 23, sborsi 30 euro, per evitare che si arrivi nei locali all’una della notte già ubriachi».
Sarà l’alcol, saranno le droghe, secondo lei c’è o non c’è una sorta di tendenza diffusa a muovere le mani?
«Sì, c’è. Basta rammentare cosa accade qualche estate fa quando i poliziotti vennero accerchiati e aggrediti. È il senso dell’impunità che ti fa agire così (per quell’episodio dell’agosto 2020 qualche condanna giunse, ndr). E poi c’è un altro aspetto: mancano certi “personaggi” tra le forze dell’ordine».
Cosa intende?
«Io ricordo Gio’ Dolfi, un carabiniere che oggi è in pensione. Aveva una stazza da Bud Spencer. Placava gli esagitati dicendo: “Ninì, calmati, ninì, calmati”. Bastava, perché incuteva timore e rispetto. Ecco, “personaggi” così andrebbero messi sulle auto-volanti insieme agli altri colleghi. Non solo. Io credo che bisognerebbe mettere una divisa a capo-squadra dei buttafuori dei locali. Io alla fine degli Anni Settanta avevo due poliziotti fissi davanti all’Alhambra, senza di loro neanche aprivo».
E in conclusione?
«Dico: “Se c’è una rissa in un locale, non chiudetelo”. Il gestore deve essere aiutato e sostenuto: non punito».
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