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La sentenza

Massa, licenziato dopo le proteste sugli straordinari: la Cassazione dà ragione al lavoratore, scatta il risarcimento

di Melania Carnevali
Massa, licenziato dopo le proteste sugli straordinari: la Cassazione dà ragione al lavoratore, scatta il risarcimento

Il 40enne lavorava in un’azienda di produzione di carni quando nel 2019 è stato dimesso senza preavviso. Ora sarà reintegrato

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MONTIGNOSO. La Cassazione ha messo la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria che vedeva contrapposti un 40enne di Montignoso e un’azienda specializzata nella produzioni di carne confermando la natura ritorsiva del licenziamento disciplinare inflitto al lavoratore nell’ottobre del 2019. La sezione lavoro della Suprema Corte ha infatti rigettato il ricorso presentato dall’azienda, confermando quanto già stabilito dalla Corte d’Appello di Genova. Questa aveva dichiarato nullo il licenziamento, ordinato la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro e condannato la società a risarcirgli il danno mediante l’indennità commisurata all’ultima retribuzione globale di fatto maturata dal licenziamento fino all’effettiva reintegrazione.

Il 40enne era stato licenziato «senza preavviso» con accuse di «negligenza ripetuta», «disinteresse verso l’azienda», «superficialità» e «insubordinazione costante». Contestazioni che, secondo i giudici, risultavano però del tutto generiche e prive di riferimenti concreti.

La vicenda era partita dal Tribunale di Massa, dove il lavoratore aveva impugnato il provvedimento chiedendo la nullità o l’illegittimità del licenziamento. In primo grado il giudice aveva riconosciuto l’illegittimità del recesso, ma senza ravvisare un intento discriminatorio o ritorsivo. Diversa invece la lettura della Corte d’Appello di Genova, che aveva ribaltato in parte la sentenza riconoscendo il carattere ritorsivo del licenziamento.

Secondo i magistrati, infatti, il dipendente era finito nel mirino dell’azienda dopo aver contestato il massiccio ricorso agli straordinari. Dalle indagini dell’Ispettorato territoriale del lavoro di Lucca-Massa Carrara era emerso che alcuni lavoratori avevano accumulato nel 2019 fino a quasi 500 ore di straordinario, ben oltre il limite massimo previsto dal contratto collettivo.

La Corte ha ritenuto decisive le conversazioni prodotte in giudizio e le testimonianze raccolte. In particolare, i giudici sottolineano come l’azienda pretendesse «piena disponibilità» allo straordinario, arrivando a considerarla una condizione necessaria per mantenere il posto di lavoro.

Tra gli elementi valorizzati dalla Corte anche la frase pronunciata da un collega del lavoratore: «Se non ci stai bene la porta è quella». Un episodio che, insieme agli altri elementi raccolti, ha contribuito a rafforzare la convinzione dei giudici circa l’esistenza di un clima aziendale ostile verso chi rivendicava il rispetto delle regole sul lavoro.

La Cassazione ha ribadito che la natura ritorsiva di un licenziamento può essere dimostrata anche attraverso presunzioni e indizi concordanti. Nel caso specifico, i giudici hanno ritenuto corretta la valutazione della Corte territoriale, che aveva individuato nella genericità della contestazione disciplinare, nell’assenza di reali inadempimenti e «nell’insofferenza datoriale» verso le richieste del dipendente gli elementi decisivi per configurare il licenziamento come un atto ritorsivo.

Respinti, dunque, tutti i motivi di ricorso della società. La Suprema Corte ha inoltre condannato la ricorrente al pagamento delle spese legali, quantificate in 5.500 euro oltre accessori.
 

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