Lucca, truffati da dipendente infedele della banca: l’istituto condannato a risarcire
Conto di oltre 210mila euro: la decisione dopo anni di battaglie portate avanti dalle tre figlie della coppia raggirata
LUCCA. Non solo il dipendente infedele, da anni ex, dovrà restituire i soldi fatti sparire a una coppia di investitori. Ma anche la banca per cui lavorava il funzionario truffaldino è chiamata in solido a risarcire le eredi dei raggirati. Un conto di 164mila euro come capitale, mai riconsegnato ai risparmiatori, con l’aggiunta di oltre 50mila euro di spese legali sostenute nei vari gradi di giudizio.
La decisione
Lo ha deciso la Corte d’Appello di Firenze accogliendo il ricorso delle tre figlie di una coppia nel frattempo deceduta. Una battaglia che in primo e secondo grado le aveva viste soccombere sul punto della chiamata in causa della banca, sul fronte del risarcimento che, al contrario, era stato definito e non contestato per l’ex dipendente, un 68enne della Media Valle.
Reo confesso e licenziato, a livello penale dopo un primo patteggiamento a un anno era stato poi condannato in un secondo procedimento a 2 anni e 8 mesi per truffa e appropriazione indebita. La Cassazione aveva rimandato il caso in appello: ora la sentenza che “lega” le sorti del pensionato e della sua ex banca nel pagare le figlie dei truffati. I giudici hanno ritenuto provata la responsabilità dell’istituto di credito nel fatto illecito commesso dall’allora dipendente. La banca aveva sostenuto che il funzionario aveva usato moduli vecchi e taroccati nei rapporti con i clienti e che la sua attività – servizio esteri – non era quella della gestione del risparmio. Insomma, usava carte false e si muoveva in un settore che non era il suo e, quindi, non poteva essere controllato. Una tesi respinta dalla Corte d’Appello.
Cosa dice la sentenza
«È evidente come ci troviamo pur sempre dinanzi ad un’attività necessariamente occasionata dal rapporto di lavoro dipendente intrattenuto – si legge nella sentenza – Sul punto, basti considerare: la libera disponibilità da parte del dipendente di moduli intestati alla banca, detenuti anche presso il luogo di lavoro; l’utilizzo della struttura bancaria per raccogliere le somme e l’effettuazione dei prelievi direttamente dal conto aperto presso la spendita del nomequale diretta referente delle operazioni di investimento; l’ampio bacino di investitori rinvenuto presso la clientela della banca; l’inerenza delle operazioni all’ambito operativo dell’impresa bancaria».
Il funzionario utilizzava illecitamente moduli che venivano usati nei gli anni passati, ma che poi di fatto erano caduti in disuso. E nella sua attività illegale aveva svuotato il conto della coppia prelevando soldi in assenza di alcun tipo di investimento.
I giudici d’appello
«Il dipendente infedele appariva agli occhi dei clienti come addetto (anche) agli investimenti – ancora i giudici d’appello – evidenze a fronte delle quali, non riveste alcuna rilevanza né il fatto che i moduli utilizzati non fossero più in uso alla banca (trattandosi di circostanza interna, meramente amministrativa, che non poteva essere conosciuta dai due correntisti), né il formale inquadramento all’interno dell’istituto od i suoi reali compiti nella filiale (ben diversi da quello di addetto agli investimenti dei privati)».
Dipendente dell’istituto di credito, con contratto a tempo indeterminato, dopo le denunce dei clienti era stato sottoposto a un controllo interno. Al processo per truffa e appropriazione indebita, il coordinatore del settore presso il quale lavorava l’uomo in banca, testimoniò sostenendo che «emerge chiaramente la prolifica attività di “raccolta” di ingenti somme di danaro, (circa 1 miliardo e mezzo/due di lire dell’epoca) posta in essere nel corso del suo rapporto di lavoro con la banca convenuta, dispiegata presso svariati clienti (circa 40), dietro rilascio di ricevuta su modulistica della banca, con promessa di investirle in operazioni ad alto rendimento in realtà mai effettuate, a cui erano corrisposte anomale movimentazioni sui conti correnti intestati al dipendente». Ora per quegli imbrogli prolungati nel tempo deve rispondere anche la banca.
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