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La sentenza

Lucca, investito e ucciso in strada dopo essersi allontanato dal pronto soccorso: Asl condannata a risarcire i familiari

di Pietro Barghigiani

	Il luogo dell'incidente e la vittima
Il luogo dell'incidente e la vittima

L’Azienda sanitaria responsabile per la mancata vigilanza dell’uomo in stato confusionale: un conto di oltre 600mila euro

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LUCCA. Quello che non era stato accolto in primo grado, a Firenze è entrato nella sentenza di condanna.

Per la morte di un pensionato che si era allontanato in stato confusionale dal pronto soccorso, anche l’Asl deve risarcire i familiari, tra figli e nipoti, in solido con il Fondo di garanzia per le vittime della strada.

Un conto che la Corte d’Appello stabilisce in oltre 630mila euro con le spese legali. È una somma che si aggiunge ai 600mila euro che il Fondo di garanzia era stato condannato a pagare nel 2024 agli eredi della vittima di un pirata della strada mai rintracciato.

Falciato da uno scooterista che, dopo essersi fermato a causa dell’impatto, era fuggito, un pensionato di 71 anni, Mario Amelio Coli, era morto dopo 20 giorni di agonia il 22 febbraio 2016.

Coli, arrivato al pronto soccorso nel tardo pomeriggio del 2 febbraio, era uscito all’insaputa del personale e mentre camminava sulla via Romana era stato investito da uno scooterista che procedeva nella stessa direzione di marcia. La scansione temporale è uno degli elementi centrali del procedimento civile.

Era arrivato, non pienamente in sé, in codice giallo alle 18, 40. Alle 21, 52 era stato chiamato per la visita, ma se ne era già andato. Alle 23 l’impatto fatale con lo scooter e il ritorno al pronto soccorso in codice rosso.

L’ex muratore, residente a Segromigno in Piano, da tempo in pensione, aveva riportato gravissime lesioni che richiesero un intervento d’urgenza a Cisanello.

Il decesso concluse l’agonia e aprì la partita del risarcimento danni.

Il Tribunale di Lucca aveva escluso responsabilità in capo all’Asl per aver “perso” di vista il paziente negli spazi del pronto soccorso, nonostante le sue condizioni non fossero quelle di una persona da lasciare sola. In appello la valutazione dei giudici è stata opposta.

Se ci fosse stato un operatore sempre con lui il paziente non si sarebbe, comunque, avventurato fuori dall’ospedale, era la tesi dei familiari condivisa nel secondo grado di giudizio.

«Diversamente da quanto affermato dal Tribunale è verosimile che in tal caso l’allontanamento sarebbe stato scongiurato» ricordano nel verdetto i giudici fiorentini.

Scrive il collegio giudicante che «poiché il paziente era smanioso e insofferente per l’attesa, è evidente che ove egli fosse stato visitato entro un’ora dal suo ingresso (come il codice giallo attribuitogli richiedeva) avrebbe verosimilmente ricevuto dal medico farmaci idonei a fargli recuperare la lucidità perduta o comunque tranquillizzarlo. In ogni caso, la stessa presenza di una persona accanto a lui, che lo avesse via via rassicurato, lo avrebbe presumibilmente convinto a restare in attesa».

La stessa Azienda sanitaria, nel momento in cui aveva depositato la documentazione, aveva “ammesso” che «inconfutabilmente il paziente era in stato confusionale, per cui gli era stato applicato il protocollo IO PSL 45, e che tale protocollo imponeva una sorveglianza h 24» sottolinea la Corte d’Appello.

È stata poi considerata la tempistica tracciata tra ingresso e consapevolezza dell’emergenza.

«I sanitari si accorsero della scomparsa del paziente alle 21, 52, e solo alle 22, 41 iniziarono le ricerche all’interno dell’ospedale – ancora la sentenza – ora, è verosimile che se lo avessero cercato immediatamente lo avrebbero trovato poco distante dai locali del nosocomio – salvo che diversamente da quanto sostenuto dall’azienda l’abbandono fosse stato assoluto e non momentaneo – e probabilmente il freddo, la pioggia ed il senso di smarrimento avrebbero avuto la meglio ed indotto il paziente a rientrare».

Quella mancata vigilanza che aveva favorito l’allontanamento del pensionato, incapace di badare a sé stesso con un’evidenza palese, è diventato un risarcimento ai familiari di oltre 1, 2 milioni di euro.

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