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Fratelli coltelli

Lucca, fa causa al fratello per l’eredità: «Testamento viziato, va annullato»

di Pietro Barghigiani

	(foto di repertorio)
(foto di repertorio)

Richiesta respinta, il papà favorì il figlio che lo aveva accudito nella malattia

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LUCCA. Fratelli contro per l’eredità. Succede se uno si sente defraudato per l’eccesso di beni che il padre lascia al primogenito. E così chiede di annullare il testamento. «Quando lo ha scritto, papà non era in grado di intendere e volere» ha ribadito il figlio deluso anche nel corso del procedimento davanti al giudice.

Una richiesta respinta dal Tribunale che ha confermato la validità delle disposizioni consegnate a un notaio di Borgo a Mozzano dall’80enne morto nel 2022. Il pensionato, malato terminale, residente in alta Garfagnana, aveva voluto “premiare” il figlio che gli era stato vicino negli anni della malattia. A differenza dell’altro con il quale a malapena si salutavano. Quello che ha avviato la causa e alla fine è stato condannato a pagare oltre 15mila euro al fratello.

Non è un patrimonio milionario quello che i due fratelli dovevano spartirsi. E anche al minore dei due qualcosa è toccato per legge. Ma solo un terzo di una parte dei beni. Il grosso è stato assegnato al primogenito – una casa e altri beni – la cui vicinanza al padre malato, supportata da numerose testimonianze, è stata continua anche prima dell’insorgere della patologia che lo aveva portato al decesso.

In occasione delle cure all’ospedale di Pisa era il figlio più grande ad aver portato per almeno tre anni il padre dai medici per visite e controlli. E ancora. Quando l’anziano venne ricoverato all’ospedale di Barga per due settimane, il figlio minore era andato a trovarlo solo una volta. Comportamenti che hanno spinto il genitore, al momento di stabilire cosa lasciare e a chi, a compiere una scelta netta. Una volontà dettata «in considerazione dell’assistenza e delle premurose cure che mi ha prestato fin qui e che continuerà a prestarmi fino a che sarò in vita» aveva scritto nel testamento.

All’altro figlio aveva lasciato un terzo degli altri beni caduti nella successione e un 1/9 su un’altra casa oltre a quote su altri fabbricati e terreni, un’auto e il saldo di un conto corrente postale. Non era stato proprio dimenticato nelle ultime volontà paterne, ma voleva lo stesso annullare il testamento perché a suo dire «il padre, a causa delle gravi patologie dalle quali era affetto, non era, al momento della redazione del testamento, in grado di intendere e di volere. Era continuativamente disorientato, confuso, non lucido». Il rifiuto del fratello all’annullamento ha avuto il conforto anche del Tribunale (giudice Antonio Mondini) nella cui sentenza si legge: «In assenza di una situazione di incapacità totale e permanente, spettava all’attore (il figlio che ha impugnato l’atto, ndr) dimostrare la dedotta incapacità al momento della redazione dell’atto di ultima volontà. La dimostrazione non è stata data. La consulenza tecnica, in coerenza con quanto evidenziato, ha concluso che non è possibile sostenere con ragionevole certezza che il signor (omissis, ndr) pur se affetto da grave patologia organica con condizioni di ipossigenazione cerebrale, fosse incapace di intendere e di volere alla data di redazione del testamento».

Il testamento resta valido e “premia” il figlio che ha accudito il papà prima e durante la malattia.

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