Oltre lo specchio, quando il cibo diventa un nodo nell’anima – La riflessione di una studentessa
Sentiamo spesso parlare di disturbi dell’alimentazione e della nutrizione (Dan), ma quanto li conosciamo?
C’è un momento preciso in cui un gesto naturale e vitale come mangiare smette di essere nutrimento e si trasforma in un campo di battaglia. Oggi sentiamo spesso parlare Disturbi della Alimentazione e della Nutrizione (DAN), ma dobbiamo chiederci: sappiamo davvero cosa succede nella testa di una persona che soffre di questi disturbi?
Questi “stranezze” non sono “fisse per la dieta”, non sono capricci passeggeri o una ricerca di attenzioni, bensì malattie complesse e invalidanti, grida d’aiuto silenziose che logorano chi le vive.
Il cibo (che sia rifiutato con rabbia, cercato con urgenza o consumato nel dolore) è solo il linguaggio utilizzato per dare voce a un malessere profondo che le parole non sanno ancora spiegare.
Oltre la superficie: il bisogno di controllo e il vuoto
Spesso la società punta il dito contro i social media e i modelli di magrezza estrema, che di certo giocano un ruolo importante, ma è solo la punta dell’iceberg; l’Anoressia e la Bulimia o il Binge Eating (o Disturbo da Alimentazione Incontrollata) non sono l’espressione del desiderio di essere belli, ma un tentativo di gestire emozioni travolgenti.
L’Anoressia Nervosa non è solo digiuno, è la ricerca di un controllo ferreo su se stessi in un mondo che che la persona vive come caotico e dove il controllo, del peso e delle forme del corpo, diventa l’unico strumento per sentirsi bravi, soddisfatti, perfetti, mentre il corpo lentamente svanisce.
La Bulimia Nervosa è come un ciclo tormentato, tra il senso di vuoto che si cerca di colmare con il cibo, per poi essere sommersi da sensi di colpa e di vergogna così forti da cercare di tirare fuori tutto il cibo consumato.
Il Binge Eating è come un rifugio solitario, nel quale le abbuffate possono temporaneamente ad anestetizzare il dolore creando però una situazione di sofferenza e isolamento.
Un dolore che non guarda in faccia a nessuno!
Un altro passaggio importante è quello di pensare erroneamente che disturbi alimentari siano una malattia che colpisce solo le adolescenti, poiché queste patologie colpiscono sempre di più persone di ogni genere.
Il corpo che parla, l’anima che si isola!
Mentre la mente combatte, il corpo inizia a lanciare segnali d’allarme che non possono essere ignorati. A lungo andare, ogni organo soffre: il cuore rallenta i battiti per risparmiare energia, le ossa diventano fragili e l’apparato digerente altera parte delle sue funzioni. Tuttavia, la ferita più profonda e invisibile è l’isolamento sociale, chi si ammala talora finisce per vivere in simbiosi con la malattia; le cene con gli amici diventano fonte di ansia insopportabile, i sorrisi si spengono dietro il conteggio ossessivo delle calorie e tutto si fa segreto mentre l disturbo, diventa un “amico” crudele che promette sicurezza, mentre regala solo solitudine.
Il percorso verso la libertà per la vita: la guarigione è possibile!
Uscire da questo labirinto è un processo lento, faticoso e fatto di piccoli passi, ma possibile; guarire non significa semplicemente “ricominciare a mangiare”, ma fare pace con la propria immagine e imparare di nuovo a respirare senza il peso di un severo giudizio costante. È un percorso che richiede una squadra di curanti e familiari informati, perché nessuna persona può farcela da sola. Lo psicologo psicoterapeuta: per esplorare le radici del dolore e ricostruirne l’autostima, ma non solo. Il nutrizionista: per riabilitare il rapporto con il cibo, trasformandone il significato, da nemico ad alleato e occuparsi dello stato di salute nutrizionale. I medici specialisti pongono diagnosi, impostano le terapie mediche e monitorano la salute fisica, proteggendo l’organismo dai danni della malattia. Chiedere aiuto è il primo atto di coraggio, non vuol dire arrendersi, non è un segno di debolezza, ma decidere che la propria vita vale più di un numero sulla bilancia.
Il nostro ruolo: la rivoluzione dell’empatia
Cosa possiamo fare noi, come amici, compagni o familiari? Possiamo iniziare cambiando il modo in cui comunichiamo, imparando a slegare il valore di una persona dal suo aspetto fisico, dalla sua apparenza. Evitiamo commenti sul corpo, anche se pensiamo siano positivi, impariamo ad ascoltare senza giudicare e riconosciamo i segnali: un improvviso cambio di umore, l’ossessione per l’attività fisica o il ritiro sociale.
La grande sfida resta sconfiggere il pregiudizio, perché non basta “mettersi d’impegno” per guarire dai Disturbi Alimentari, così come non basta la forza di volontà per curare una polmonite. Serve cura, occorre tempo e, soprattutto, serve una comunità intera che sappia ascoltare senza giudicare, accogliere per accompagnare, perché nessuno/a dovrebbe essere costretto a lottare contro se stesso/a nel frastuono di un’assordante silenzio.
*Studentessa di 18 anni del Liceo Classico XXV Aprile di Pontedera
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