Destinazione Giappone in bici: la missione folle (e bellissima) di un giovane toscano
Il ventiseienne, di Lucca, da oltre 20 giorni è in viaggio tra panorami mozzafiato e imprevisti: «L’unica cosa che mi mette fretta è la Mongolia, devo arrivarci prima di settembre, poi farà freddo»
LUCCA. Quando si pensa a un’avventura, nella mente affiorano immagini quasi automatiche: una notte in campeggio, l’esplorazione di un luogo abbandonato, un lancio con il paracadute. In un’epoca come la nostra, persino visitare una città nuova con una cartina in mano può sembrare una piccola impresa. Più difficile, invece, è immaginare che tra queste immagini ci sia anche un viaggio di 13.600 chilometri in bicicletta, da Lucca fino al Giappone. Più che un’avventura, a pensarci bene, sembra una follia.
Una follia che un ventiseienne lucchese ha deciso di vivere. Nessun itinerario rigido, solo una direzione: pedalare verso est, fino al Giappone.
Gianni Brancoli, ex programmatore, coltiva da anni questa idea. «Mi piace buttarmi in situazioni dove devo testare i miei limiti. Mi piace andare in bicicletta e da sempre avrei voluto vedere il Giappone. Quindi perché non unire le due cose?».
E così ha passato una Pasqua a dir poco insolita, a bordo della sua bicicletta, attrezzata per la missione, attraverso l’Europa (per il momento, l’altro ieri si trovava in Serbia no lontano da Negotin) con un’unica meta: la terra del Sol Levante, alle prese con maltempo, qualche inevitabile acciacco fisico, piccoli e grandi guasti, imprevisti: come il cane che lo ha inseguito per strappargli via dalla bicicletta un paio di pantaloncini lasciati fuori ad asciugare. Il tutto raccontato quotidianamente tramite i suoi canali social.
La preparazione è iniziata a fine ottobre, con la partenza fissata per il 15 marzo. Anche in questo caso, però, il suo approccio resta lo stesso: meno pianificazione possibile, più spazio all’imprevisto. «In generale odio programmare le cose, meno lo faccio più mi diverto. Ho digitato Georgia su Komoot – applicazione per escursionismo e ciclismo, ndr – e sono partito. Fino al confine con l’Asia dovrei seguire quello. Una volta varcato il confine i Paesi sono enormi, ci saranno problemi per il visto e dovrò vedere bene come proseguire il percorso».
Ma parlando con lui emerge che il Giappone è solo il punto d’arrivo. Il vero cuore del viaggio, in fondo, è molto prima: in Mongolia. «L’unica cosa che mi mette un po’ di furia è la Mongolia, devo arrivarci prima di settembre. Le temperature poi iniziano a scendere e arrivano a toccare dei minimi decisamente importanti, a cui non penso di essere preparato» racconta. La Mongolia l’aveva già conosciuta in un’altra avventura con un amico. Un luogo che gli è rimasto dentro, tanto da volerci tornare in bicicletta. Il percorso, però, non è solo una sfida fisica: tra confini chiusi, visti difficili e rotte impraticabili, dovrà interrompere la pedalata con un volo dalla Georgia al Kazakistan. «Per l’attrezzatura mi sono basato molto su quello che già conoscevo. Vado in montagna, vado a dormire fuori, ho già fatto avventure di questo tipo, anche in autostop, a piedi o con lo skate. Basta buttarsi e poi, a forza di battere la testa, si impara».
Tra le scelte più particolari c’è quella di non portare una tenda, ma solo una copertura leggera. Una soluzione che lui stesso definisce «spartana» ma profondamente sua: «È qualcosa di nuovo, un po’ la mia firma». Prima ancora che con il meteo o con le frontiere, però, il viaggio fa i conti con il corpo: il punto più fragile, ma anche il più decisivo dell’intera impresa. Soprattutto perché il passato tra parkour e freerunning gli ha lasciato addosso diversi infortuni. Il primo imprevisto serio, infatti, è arrivato quasi subito. «Verso Padova mi sono dovuto fermare da un biciclettaio perché mi era preso un dolore fortissimo all’anca. Il sellino vecchio, si era storto. L’ho dovuto cambiare. Però quei biciclettai mi hanno salvato la vita». Anche la bici, del resto, è un piccolo mondo a parte: pesante, modificata, adattata, anche grazie all’aiuto del padre. «Per il dolore ai polsi ho dovuto montare degli attacchi sul manubrio, mentre davanti ho questa rete sopra il portapacchi che io chiamo la cantina, perché ci tiro tutto dentro».
Il viaggio di Gianni non si misura solo in chilometri, ma anche negli incontri: nelle persone che parlano una porta, offrono un tè, fanno una domanda o, al contrario, giudicano senza capire. «In Italia tutti ti criticano. Ti chiedono che lavoro fai, come mangi, come fai. Ma non lo fanno in modo curioso, quasi in modo accusatorio. Come se dovessi giustificarti». Ma la bicicletta, racconta, è anche questo: le situazioni. E alcuni incontri, lungo la strada, sono stati indimenticabili. «Ho incontrato una maestra che mi ha visto e mi ha chiamato, mi ha fatto conoscere tutti i bimbi, poi mi ha dato da mangiare e mi ha dato anche una mela. Oppure una volta c’era allerta meteo, diluviava, e mi sono fermato sotto una tettoia davanti a un’azienda. Hanno aperto la porta, mi hanno visto, mi hanno fatto entrare a prendere il tè, mi hanno dato da mangiare e anche da portare via».
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