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Livorno, corsi di arabo per le forze di polizia: è polemica. Il prefetto: «Non c’è alcun avallo dal ministero»

di Martina Trivigno

	Un momento della conferenza stampa di presentazione del progetto “Comprendersi per operare meglio”
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Un momento della conferenza stampa di presentazione del progetto “Comprendersi per operare meglio”

Dionisi parla di «iniziativa fuori luogo», ma Dotto chiarisce: «È a costo zero per la comunità». Ma il senatore Potenti (Lega) annuncia un’interrogazione al ministro: «Subito chiarimenti»

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LIVORNO. Scoppia la polemica sui corsi di lingua araba per le forze di polizia. Il progetto pilota “Comprendersi per operare meglio”, presentato nei locali della Casa di Quartiere, l’ex asilo Pian di Rota, in via delle Sorgenti, finisce al centro dello scontro politico e istituzionale. Da una parte i promotori, che puntano sulla conoscenza della lingua e della cultura araba per migliorare la comunicazione degli operatori sul territorio; dall’altra la Lega e Fratelli d’Italia, che contestano l’iniziativa. E a prendere le distanze è anche il prefetto Giancarlo Dionisi, che definisce l’iniziativa «del tutto fuori luogo», precisando che non ha ricevuto alcun avallo istituzionale.

A promuovere il percorso sono cinque sigle sindacali delle forze di polizia: Unarma, Usif, Silp Cgil, Silf e Uil Fp, in collaborazione con il Consiglio di Zona 1, la Comunità musulmana livornese e il security manager del Comune, Giampaolo Dotto. L’obiettivo è offrire agli operatori interessati strumenti linguistici e conoscenze culturali utili nei rapporti con una parte della popolazione, favorendo la comprensione reciproca e rendendo più efficaci gli interventi.

Ma la contestazione più netta arriva proprio dal rappresentante del governo in città. «Deve essere assolutamente chiaro: questo progetto non ha ricevuto alcun avallo dal ministero dell’Interno né dalla Prefettura, che non era stata preventivamente informata – evidenzia – . Il coinvolgimento di qualche organizzazione sindacale delle forze di polizia non può essere presentato come un’adesione istituzionale delle amministrazioni di appartenenza: questa adesione non esiste».

Dionisi ha contestato anche il ruolo attribuito al security manager comunale, precisando che la sua partecipazione non attribuisce al progetto alcuna legittimazione da parte delle autorità statali di pubblica sicurezza. «Ritengo l’iniziativa, così come illustrata, del tutto fuori luogo – prosegue Dionisi – . La partecipazione del security manager del Comune non attribuisce al progetto alcuna legittimazione da parte delle autorità statali di pubblica sicurezza».

Il prefetto ha riconosciuto che conoscere le lingue straniere può essere utile agli operatori, ma ha ribadito la necessità di obiettivi definiti, valutazioni professionali e responsabilità istituzionali chiare. «Il massimo rispetto per le culture e per le comunità straniere si accompagna a un principio preciso: l’integrazione in Italia passa attraverso la conoscenza della lingua italiana e il rispetto delle leggi del nostro Paese», evidenzia.

E ora la vicenda approda anche in Parlamento: il senatore della Lega Manfredi Potenti ha predisposto un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per sapere se il governo sia a conoscenza del percorso formativo, quali accordi siano stati sottoscritti dai soggetti coinvolti e chi siano gli insegnanti individuati per le lezioni, con quali titoli e requisiti. «Se una persona vuole davvero integrarsi correttamente nel tessuto sociale del Paese che la ospita, una delle prime cose da farsi è quella, a nostro avviso, di imparare la lingua del posto, non viceversa», aggiunge Potenti che dichiara di voler anche approfondire se l’iniziativa rispetti i requisiti di qualità e opportunità previsti per una formazione privata del personale di polizia e se sia stata valutata e approvata dagli organi competenti.

Contraria anche Marcella Amadio, consigliera regionale e comunale di Fratelli d’Italia, che contesta il progetto e il coinvolgimento del Comune e della Comunità musulmana. «Esprimo la mia totale contrarietà all’iniziativa – spiega – . Un progetto che si vorrebbe far passare come strumento di sicurezza, ma che nei fatti ribalta completamente il senso dello Stato e della convivenza civile. Questa è semplicemente sottomissione culturale».

A chiarire gli aspetti organizzativi è Giampaolo Dotto, security manager del Comune, che sottolinea la gratuità del percorso e la partecipazione volontaria degli operatori. «Un’iniziativa a costo zero per la comunità livornese dal momento che la comunità musulmana offre le lezioni gratuitamente nella nei locali della Casa di Quartiere e che gli operatori possono scegliere se aderire o meno, sempre quando sono liberi dal servizio», evidenzia.

Ma la posizione della Prefettura, intanto, è netta: nessuna adesione al progetto e nessun riconoscimento come iniziativa istituzionale delle autorità statali di pubblica sicurezza.

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