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Livorno, ai Nettuno bagnanti in rivolta tra divieti e “tassa” sul gabbione: la protesta e la replica dei gestori

di Juna Goti

	L'ingresso dei bagni Nettuno e il cartello affisso dai gestori per rispondere alla protesta
L'ingresso dei bagni Nettuno e il cartello affisso dai gestori per rispondere alla protesta

Proteste per il no alle cene sotto l’ombrellone: «E ad alcuni clienti storici negata la cabina». I gestori replicano: «Più regole per offrire una struttura più efficiente e sicura»

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LIVORNO. Passerà alle cronache come la rivolta delle tavolate e delle cabine. Una rivolta in pieno stile estivo. Da una parte i gestori dei Nettuno, dall’altra un nutrito gruppo di bagnanti dello stabilimento, che alla fine hanno deciso di scrivere una lunga lettera al Tirreno. Perché da tempo nel più piccolo ma vivace Bagno della città si respira aria di protesta. Lo sa chi da sempre frequenta cabine e ombrelloni di questo primo tratto del viale Italia, e lo sanno pure i soci gestori, ora in gran parte della provincia di Pisa. Tanto che pochi giorni fa la stessa società privata che ha in concessione lo stabilimento ha affisso in bacheca, davanti al bar, una nota ufficiale, completa di timbro, con cui invita «chiunque abbia dubbi o proposte a presentarsi personalmente presso la direzione o a inviare anche una semplice mail». Aggiungendo che «un confronto condotto con civiltà e rispetto esclude qualsiasi forma di ritorsione o pregiudizio…».

«Clima di tensione»

Cosa denunciano i bagnanti che hanno deciso di alzare la voce? «Mancate ristrutturazioni, divieti surreali, micro-tasse ingiustificate e abbonamenti negati a chi osa lamentarsi». Così, scrivono, «quello che un tempo era il regno della sagacità, del relax e della baldoria livornese, oggi si è trasformato in un feudo della tensione». «Nello storico avamposto balneare a due passi dal porto – è la premessa – il malcontento tra i frequentatori ha superato il livello di guardia». Con una sottolineatura: «Sotto la storica amministrazione di Marco Simi il clima è sempre rimasto disteso e il dialogo si basava sul rispetto reciproco. Dopo la sua scomparsa, la concessione è passata ai parenti, inaugurando una gestione che molti clienti storici definiscono autoritaria, punitiva e finalizzata al massimo profitto».

Cene e divieti

Ma cosa avrebbe scatenato questa reazione? Per i bagnanti arrabbiati a far «traboccare il vaso» è stata «l'ultima novità introdotta quest'anno»: «La direzione ha imposto il divieto di consumare cibo sotto il proprio ombrellone. Regola inserita a stagione iniziata e non condivisa e accettata al momento delle riconferme in primavera. Una famiglia che paga regolarmente fino a sei abbonamenti stagionali, oltre a cabina, ombrellone e minimo 2 sedute (2500 euro di media) si ritrova costretta a cenare ammassata sotto la tettoia comune, soffrendo temperature torride a causa delle ondate di calore estive».

Tra l’altro, viene evidenziato, «quest’anno si paga anche per entrare dopo le 20». Tre euro, come per la verità accade ormai in molti stabilimenti. «Ma non è la regola dell’ingresso a pagamento che contestiamo, seppur anch’essa inserita a posteriori, bensì le ronde effettuate da alcuni rappresentanti della direzione, nelle prime settimane, che redarguivano chi dopo le 20 portava il proprio tavolo sotto il proprio ombrellone per la cena. Un’abitudine contestabile in altre zone di Italia e tipica degli stabilimenti livornesi».

«Bagnanti esiliati»

Non si spiega bene questa protesta se non si fa un passo indietro: a marzo, al momento della conferma delle cabine, alcuni bagnanti storici si sono visti negare la possibilità di tornare ai Nettuno. Niente abbonamento e niente cabina, vada pure da un’altra parte. «La critica più pesante mossa alla nuova gestione – scrivono così dal gruppo di bagnanti rimasti – riguarda proprio l’instaurazione di un “clima di terrore”. Chi esprime dissenso viene punito con l’esilio dal bagno. Basta un messaggio di lamentela sui social, una critica verbale sulla sporcizia o una recensione negativa per finire nella “lista nera”. Davanti alle proteste, la replica dei gestori è categorica e tagliente: se non vi sta bene, andate via. La sanzione scatta a marzo: le famiglie non gradite scoprono improvvisamente che la propria cabina non è stata confermata. Interi nuclei, frequentatori da generazioni, si trovano così costretti a cercare faticosamente posto in altri stabilimenti».

La tassa sul gabbione

Nell’elenco delle lamentele ci sono finiti anche «i chip ricaricabili a consumo, venduti con la promessa verbale di poter utilizzare gli ingressi rimasti nella stagione successiva e non riconosciuti l’anno dopo». Poi «i soldi caricati sui chip per l’uso delle docce che vengono annullati e azzerati alla fine della stagione, senza alcuna possibilità di rimborso o recupero».

E soprattutto quella che viene definita «la tassa sulla gabbionata»: «Se i ragazzi vogliono organizzare un torneo di calcetto nel gabbione, i gestori arrivano a chiedere un supplemento in denaro per accendere le luci del campo». Dieci euro a partita, circa un euro a giocatore. E apriti cielo: perché toccate tutto ai livornesi, ma non il gabbione. Tant’è che solo in un altro stabilimento della città si paga per entrare nella rete.

La gestione viene criticata anche per le «condizioni fatiscenti delle cabine». Con questa stoccata finale: «Si paga come in un resort di lusso, ma si vive con il coprifuoco e senza servizi».

Tre settimane fa nello stabilimento è arrivata pure la polizia. La direzione avrebbe chiamato il 112 dopo che uno degli ex bagnanti, non più graditi, sarebbe entrato via mare e si sarebbe fermato a parlare con amici e parenti. Chi c’era racconta scene da film di Barabba, con gli agenti al cancello e lui che applaudito diceva: «Chi mi rivuole qui?».

La replica dei gestori

Ieri il Tirreno ha raggiunto il Bagno per parlare con i rappresentanti dei gestori, che punto per punto hanno respinto le accuse ai mittenti. Per esempio hanno sottolineato che «lo scorso anno entrava chiunque dopo le 20 senza pagare, con tavolate anche di venti persone sotto gli ombrelloni e i bagnini che dopo la mezzanotte dovevano pulire, ora si deve mangiare sotto le tettoie o davanti alla propria cabina, come accade ovunque, le regole ci sono per rispettarsi l’un l’altro». Quanto alle inedite mancate riconferme, «ci sono stati gravi motivi per mandare via alcune persone». E il gabbione a pagamento? «Un contributo di dieci euro, quindi un euro a persona, per accendere le luci, è tutto rincarato anche per noi». Sulle cabine: «Stiamo parlando di stabilimenti che hanno 70 anni, ma da marzo gli operai non si sono mai fermati, abbiamo intonacato il piazzale, sistemato la terrazza». E «noi semmai abbiamo tolto l’obbligo di fare sei abbonamenti in ogni cabina».

Il pensiero della società è sintetizzato in quel comunicato affisso in bacheca: «Chi frequenta questo stabilimento da anni tende a sviluppare involontariamente un senso di appartenenza quasi “proprietaria” verso le proprie pertinenze e la comunità tutta, se questa gestione ha deciso di introdurre regole più rigide, alcuni clienti storici hanno percepito questo cambiamento come un abuso di potere o un tradimento della tradizione del luogo». Ma, si legge ancora, «se da un lato comprendiamo il disorientamento di chi fatica ad adeguarsi a standard di rispetto collettivo più rigorosi, dall’altro rimaniamo fermi nel voler offrire una struttura che sia il più possibile ordinata, efficiente e sicura. Chi condivide questa nostra visione di rispetto e civiltà sarà sempre il benvenuto, chi invece cerca un tipo di soggiorno differente (…) è libero di fare scelte più in linea con le proprie esigenze».

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