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La polemica

Livorno, le gambe della vicesindaca diventano un caso: «Non mi faccio giudicare per i vestiti»

di Juna Goti

	Sopra un fermo immagine della diretta di Urban Livorno
Sopra un fermo immagine della diretta di Urban Livorno

Libera Camici criticata (e anche offesa) per gli shorts a una conferenza stampa. «Troppo corti, non adatti al contesto». Le Donne Dem: «Siamo al body shaming»

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LIVORNO. Si parlava degli orti urbani e dell’aggiudicazione all’asta a Frangerini degli oltre sei ettari di verde di via Goito. Insomma, di una delle operazioni più delicate e importanti degli ultimi anni, su quella che è di fatto l’ultima grande area rimasta in parte edificabile tra il centro e il mare. Alla fine, però, si è andati a parlare di gambe.

Quelle della vicesindaca Libera Camici, finita al centro di una valanga di commenti social – alcuni di critica, altri offensivi – dopo le dirette della conferenza stampa indetta in Comune dal sindaco Luca Salvetti, che ha annunciato querele a chi gli ha dato o gli darà del disonesto insinuando inciuci per la vendita all’asta di quei terreni privati.

La vice gli era seduta accanto in pantaloncini neri e camicetta. E su Facebook hanno iniziato a commentare: “La prossima volta viene in costume”, “lo stacco di cosce è l’unica cosa interessante”, “a momenti si vedono le tonsille”, “bella scosciata”, “ma chi è quella mezza nuda”. E così via. Qualcuno si è limitato a scrivere che l’abbigliamento non era adatto a un appuntamento istituzionale e che in tribunale, per esempio, con i pantaloni corti avrebbero fermato alla porta chiunque. Qualcun altro, invece, si è lasciato andare a offese incommentabili che preferiamo non riportare.

Lei è rimasta in silenzio fino a quando non ha letto il post di Luca Ribechini, che in città presiede molti comitati di respiro ambientalista. Dopo aver parlato della vicenda degli orti, sulla sua pagina social, quindi a titolo personale, Ribechini ha scritto la sua «nota di costume solo apparentemente secondaria»: «Credo che bisognerebbe avere più rispetto per le parità di genere. Perché mai la vicesindaca indossava (si suppone) calzoncini cortissimi? Intendiamoci, io sono un tipo di larghissime vedute, per niente bacchettone. Ma la domanda che pongo ha un carattere istituzional/paritario: si tratta forse di un abbigliamento che il Protocollo Comunale ritiene consono ad una pubblica conferenza stampa? Se la risposta è sì, forse si ritiene naturale che gli scosci femminili siano universalmente consentiti in ogni contesto, anche formale, mentre quelli maschili non stanno bene. Sarebbe una visione, appunto, abbastanza sessista (diciamo nuovamente berlusconiana) non certo degna di un’Amministrazione a parole così sensibile alla condizione femminile. Se invece si ritiene che anche un maschietto possa scoprire totalmente le gambe in un consesso pubblico senza apparire poco rispettoso, la prossima “circonferenza” stampa la vogliamo col sindaco in shorts».

Camici gli ha risposto a caldo, dal suo profilo: «Volevo lasciar correre, ma il silenzio alimenta certe derive. Questo post purtroppo si commenta da solo. Rispondo oggi, una volta per tutte, per rimettere subito il focus sulle cose serie. Che tristezza. Giudicare l’abbigliamento di una donna che ricopre un ruolo istituzionale, anziché valutarne l’operato, è l’esatta fotografia di quanto sia ancora lontana la parità di genere».

Poi ieri Camici ha aggiunto: «Il rispetto per l’istituzione non sta nella lunghezza di una gonna o di un pantalone. Sta nel lavoro che fai ogni giorno, nelle scelte che prendi, nel modo in cui rappresenti i cittadini. Voglio essere molto chiara su un punto: la conferenza stampa non era un impegno istituzionale preventivato ma sopraggiunto, e lo preciso non certo per giustificare il mio abbigliamento, perché non ho la minima intenzione di farlo. Ritengo che ognuno e ognuna debba potersi vestire come meglio crede e come si sente a proprio agio. Lo preciso per far emergere l’assurdità della situazione: di fronte a un dovere sopraggiunto a cui ho risposto con prontezza, c’è chi ha preferito guardare l’orlo del mio vestito anziché la mia presenza. La cosa che più mi rattrista non è solo la banalità dei commenti di alcuni uomini, ma scoprire quanto profondo sia il maschilismo interiorizzato da molte donne, pronte a giudicare il ruolo e la competenza di una persona da un millimetro di pelle in più o in meno. È assurdo che nel 2026 si debba ancora discutere di questo anziché concentrarsi sui contenuti, specialmente quando si parla di temi delicati. Per quanto mi riguarda, continuerò a svolgere il mio lavoro con la stessa dedizione e, sì, a vestirmi esattamente come mi sento a mio agio. Onorando ogni giorno il nome che porto. Resto concentrata sul mio ruolo e sul lavoro da fare. È lì, e solo lì, che mi faccio giudicare».

Ribechini ieri ha poi replicato, sempre via social (« il punto del mio ragionamento non è la libertà di una donna di (s)vestirsi come le pare, financo se è la seconda autorità comunale e lo fa in una occasione ufficiale. Il punto è che un qualsiasi abbigliamento deve poter essere considerato accettabile qualunque sia il sesso di chi lo indossa»). Ma al di là del botta e risposta tra i due, resta il dibattito che si è aperto, con decine di commenti, sulle istituzioni e sul decoro. Fino a parlare più di «cosce» che di orti urbani.

Chissà se il sindaco in ciabatte o un assessore in canottiera avrebbero scatenato le stesse reazioni. Magari sì. Forse, però, non le stesse offese (che non leggerete qui).

Le forze di maggioranza, da Livorno Civica al Pd, hanno fatto quadrato intorno alla vicesindaca. Per prima la Conferenza delle donne democratiche: «Il dibattito politico non può trasformarsi in body shaming», hanno scritto le donne Dem, che hanno criticato anche il riferimento agli “scosci femminili”. «Ancora oggi, troppo spesso, una donna che ricopre un ruolo pubblico viene sottoposta a un esame parallelo rispetto a quello riservato agli uomini. Non basta ciò che dice. Si valuta come è vestita, quanto mostra, se è “consona”, se risponde a un’idea di decoro stabilita da qualcun altro».

Solidarietà è stata espressa in una nota dal capogruppo del Pd, Piero Tomei, e dal segretario comunale dei Dem, Alberto Brilli, che hanno parlato di un «episodio culturalmente inaccettabile»: «Quando il confronto politico scade nel sessismo, tutti perdono». 

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