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Livorno

L’intervista

Livorno, omicidio “Cacciavite”. Parla Del Vivo: «Volevo solo spaventarlo» – Il delitto, l’evasione da Gorgona e le rapine

di Stefano Taglione

	Riccardo Del Vivo, 76 anni, e Alfredo Chimenti, detto "Cacciavite", ucciso nel 2002
Riccardo Del Vivo, 76 anni, e Alfredo Chimenti, detto "Cacciavite", ucciso nel 2002

Riccardo Del Vivo, 76 anni, oggi uomo libero, torna a parlare dell’omicidio di Alfredo Chimenti, il socio del club "La Garuffa" ucciso a 47 anni all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzini

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LIVORNO. «Non volevo uccidere "Cacciavite". Il mio intento, sparandogli, era solo quello di spaventarlo: secondo lei, dato che ho fatto fuoco per terra da quattro-cinque metri di distanza, lo volevo davvero ammazzare? È stato un incidente, l’ho scoperto la mattina dopo al bar che era morto». Riccardo Del Vivo, che il 31 agosto compirà 77 anni, torna a parlare dell’omicidio di Alfredo Chimenti, il socio del club "La Garuffa" ucciso a 47 anni all’alba del 30 giugno 2002 in piazza Mazzini.

La confessione

Si tratta di uno dei delitti che negli anni Duemila ha maggiormente sconvolto la città e che è stato risolto dopo 15 anni, con la condanna di Del Vivo, che ha confessato tutto diventando collaboratore di giustizia e rivelando il giro di cocaina in porto legato alla criminalità organizzata. Un agguato legato al mondo delle bische clandestine. Il settantaseienne, scarcerato da poco più di un anno, da uomo libero parla col Tirreno e ribadisce la versione che negli ultimi anni ha già sostenuto davanti ai magistrati: gli spari, sostiene, non avevano l’obiettivo di uccidere "Cacciavite" (soprannome con cui era conosciuto Chimenti). Nelle dichiarazioni agli inquirenti l’ex esponente della malavita labronica - oggi fuori dal programma, «che mi pento enormemente di aver scelto, perché sono uno str...», sottolinea - ripercorre quella notte, rivendica le proprie responsabilità, ma nega l’accusa di omicidio volontario, per il quale è stato condannato a dieci anni e otto mesi. «Io ho fatto due omicidi nel 1983, quelli sì che erano volontari - racconta - perché ho puntato alla testa. So sparare, andavo a caccia con mio padre da quando avevo dieci anni. Per Chimenti è stato diverso. I primi due colpi li ho esplosi da cinque-sei metri di distanza e ho preso lo zoccolo del portone. Se avessi voluto ammazzarlo gli avrei sparato addosso».

Il ricordo di quella notte 

Del Vivo ricostruisce ancora una volta gli ultimi istanti prima della morte del quarantasettenne. «Io speravo che scappasse. Volevo solo impaurirlo. Invece la paura gli ha "tagliato" le gambe, è rimasto fermo e io ho continuato a sparare. Non so nemmeno come sia morto. Poi l’ho preso per il petto e gli ho detto: "Ti devi levare dalle palle, non ti voglio più vedere". L’ho lasciato in piedi. Mi hanno detto che è poi morto all’angolo con corso Mazzini, c’è un bel pezzo di strada rispetto a dove l’avevo lasciato».Una versione che l’ex collaboratore di giustizia dice di aver sempre sostenuto. Ai magistrati ha inoltre aggiunto che lo voleva spaventare perché «era prepotente». «L’ho saputo la mattina dopo, mentre ero al bar sotto casa. Un amico raccontava che lo avevano crivellato di colpi. Anche Il Tirreno, all’epoca, scriveva già che non c’era l’intenzione di ucciderlo». Il settantaseienne rivendica poi di essersi assunto ogni responsabilità penale. «Io sono l’unico condannato. Sono contento che gli altri - il portuale 69enne Massimo Antonini e Gionata Lonzi, 55 anni, imputati per aver collaborato con lui, il primo per averlo accompagnato in motorino e l’altro per aver procurato il revolver ndr - siano stati assolti. Il giudice li ha ritenuti innocenti e io sono contento matto. Tutte le responsabilità sono mie».

L’ultimo procedimento

Da qui il passaggio che riguarda direttamente il procedimento conclusosi nei giorni scorsi con sei condanne per usura ed estorsione, completamente scollegato dall’omicidio, ma nato come costola di quest’inchiesta grazie alle intercettazioni telefoniche e ad alcune testimonianze. Del Vivo prende nettamente le distanze dalle accuse rivolte agli altri imputati e sostiene di non aver mai avuto conoscenza del presunto sistema contestato dalla procura. «A me è stato chiesto di collaborare su di loro, ma io non sapevo niente. Sull’usura e sulle estorsioni non sapevo davvero nulla. Bruna Martini - la donna che avrebbe tenuto la contabilità del giro di prestiti, condannata in primo grado a cinque anni e otto mesi di reclusione ndr - è una donna perbene, una persona come non ne esistono più. Giuliano Lonzi (suo marito, considerato dagli inquirenti il vertice del presunto sistema, ma frattempo dichiarato processualmente incapace ndr) per me ha paura perfino della sua ombra, la cosa più grave che può fare in vita sua è passare col semaforo arancione. Di Andrea Polinti non so niente, fra l’altro i reati che gli contestano nel caso sono avvenuti mentre io ero in galera. Al giudice l’ho detto chiaramente». Parole che arrivano pochi giorni dopo la sentenza con cui il tribunale ha escluso l’associazione per delinquere contestata dalla procura a molti degli imputati, ridimensionando gran parte dell’impianto accusatorio, pur condannando sei persone.

La scelta di collaborare con la giustizia

Del Vivo torna poi sulla scelta di collaborare con la magistratura, una decisione, quella maturata il 4 luglio del 2017, che oggi definisce un «errore». «Ho collaborato perché sono uno str..., perché mi sono fatto male da solo. Non ho visto la Madonna sulla via di Damasco. Ho confermato quello che gli investigatori già sapevano». Considerato dalla magistratura «il referente della ’ndrangheta a Livorno» per il recupero dei carichi di cocaina in porto, secondo lui le sue dichiarazioni non sarebbero state determinati per gli arresti che hanno colpito la criminalità organizzata calabrese. «Le persone non le hanno arrestate grazie a me, ma perché c’erano già le intercettazioni. Io facevo le rapine, ero sempre stato contro la droga. Mi sono trovato coinvolto perché nelle intercettazioni dalla Calabria parlavano di Livorno e della mia evasione dalla Gorgona. Da lì sono arrivati a me. Nel 2006, invece, a Livorno avevo fatto una rapina e dopo che ero stato arrestato e liberato dopo un anno sono scappato in Spagna, Paese dal quale poi mi hanno estradato. Nel 2017, invece, quando i carabinieri arrestarono sotto casa mia tre persone con 135 chili di cocaina pura, arrivata dalla Colombia, li stavano portando a me. Io ero alla finestra». E alla fine traccia il bilancio della sua vicenda giudiziaria. «Sono uscito dal carcere ad aprile dell’anno scorso. Se non avessi collaborato avrei fatto il processo come gli altri, avrei preso diversi anni di reclusione e avrei già espiato la pena. Invece oggi dico che mi sono pentito soprattutto di aver collaborato. Ora però sono un uomo libero».

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