Il personaggio
Promesse, sacrifici e gol: perché Igor Protti è diventato una leggenda del Livorno
Innamorato della città dove era arrivato diciottenne, sorprese tutti con una frase. Undici anni dopo rinunciò a tanti soldi pur di vestire l’amaranto: e iniziò la scalata
Ci sono campioni che diventano bandiere perché non se ne vanno mai. E poi ci sono uomini che partono promettendo di tornare. La storia di Igor Protti appartiene a questa seconda, rarissima categoria. È forse il caso più puro dello sport italiano: lasciare la squadra che ti ha lanciato, costruire una carriera lontano, rinunciare a soldi e comodità per mantenere una parola data e riportare quel club dove aveva sempre sognato di rivederlo. Doveva essere la Serie B. Sarebbe diventata addirittura la Serie A sotto gli occhi di Carlo Azeglio Ciampi, in tribuna con Spinelli.
Un calciatore che sembra uscito dai “canchitas” (piccoli campi) o “potreros” quando si tratta di terreni di fortuna argentini o uruguagi. Passione allo stato puro, dove a volte il calciatore è anche tifoso. Se ha la fortuna di giocare nella squadra del cuore. E dove il calcio è una celebrazione della vita condivisa, dove il popolo trova una voce, una memoria e un’identità collettiva. Dove il tifoso vive emozioni autentiche insieme agli altri, trasformando lo stadio in un luogo di appartenenza e di speranza.
Un riferimento particolarmente significativo ci arriva da Eduardo Galeano, con Splendori e miserie del gioco del calcio, nel brano “Il tifoso”, in cui “si può cambiare donna, partito politico o religione, ma mai la squadra del cuore”. Il tifo diventa un atto d’amore fedele, popolare e profondamente umano: un legame che unisce la passione per il gioco a quella per la gente e per la vita stessa. Ecco chi è stato Igor.
Nel recente film dedicato alla sua vita, uno dei passaggi più significativi riguarda l’estate del 1999. La trattativa con Aldo Spinelli sembrava destinata a saltare. Il procuratore non trovava l’accordo. Allora Protti salì in macchina e raggiunse direttamente il presidente a Genova.
«Prese un foglietto e scrisse 320 milioni di lire», racconta. Meno di un terzo di quanto avrebbe guadagnato altrove. Bastava quella cifra per capire che non stava firmando un contratto. Stava mantenendo una promessa. Quella promessa era nata undici anni prima.
Nel 1985 il diciottenne Igor arrivò dal Rimini insieme a Lele Zamagna e al cugino Stefano. Avrebbe potuto scegliere il Milan e la Primavera rossonera, ma preferì giocare subito tra i grandi. Era il Livorno di Enrico Fernandez Affricano e di Bergamini e Galassi uomini mercato, una società che seppe intuire il talento di quel ragazzo cresciuto nei quartieri popolari di Rimini. Figlio del muratore Flavio (che nella bara si fece avvolgere in una bandiera del Pci) e di Liana, con la sorella Marisa, Protti aveva imparato presto il valore del sacrificio.
Quando da bambino chiese il “Tango”, pallone dei Mondiali del’’78, il padre lo portò con sé per una settimana in cantiere. Se lo sarebbe dovuto guadagnare. Alla fine rinunciò al regalo. Non per paura della fatica, ma perché aveva capito quanto lavoro ci fosse dietro ogni lira. Quella lezione non l’avrebbe più dimenticata. Livorno diventò subito casa. Nel campionato 1987-88, con la coccarda tricolore cucita sul petto, esplose definitivamente: segnò in Coppa Italia nella formula dell’epoca che prevedeva le squadre di C (le prime sei per girone e comunque la vincente della Coppa dell’anno precedente) all’esordio contro l’Udinese nella prima partita disputata al Picchi che presentava anche la nuova pista d’atletica, giocò poi contro il Napoli campione d’Italia di Maradona, bissò anche al comunale di Firenze che ancora non si chiamava Artemio Franchi e chiuse la stagione con nove reti in campionato.
Numeri che convinsero la Virescit Boccaleone a puntare su di lui in coppia con Messina. Ai saluti lasciò una frase semplice: “Un giorno tornerò”. Da lì iniziò una carriera splendida, fatta di gol e dell’affetto conquistato ovunque. Messina, Bari, Lazio, Napoli, Reggiana. Ma quel filo labronico non si spezzò mai.
Quando tornò, nel 1999, il Livorno era ancora in Serie C1, dove l’aveva lasciato. Il primo anno fu amaro: il settimo posto, l’incredibile squalifica di otto giornate dopo la spinta al guardalinee, nel derby col Pisa dove gli avevano appena rotto con un colpo rude lo zigomo ma il fallo non fu visto, la voglia persino di smettere. Si sentiva tradito dal calcio. Ma una promessa, si sa, alla fine pesa più della delusione.
Con Osvaldo Jaconi arrivò un’altra beffa, la finale persa con il Como.
Sembrava un destino accanito. Invece il 28 aprile 2002, a Treviso, ecco il gol che riportò il Livorno in Serie B dopo trent’anni.
Missione compiuta? Nemmeno per sogno. L’anno successivo Protti vinse la classifica cannonieri della cadetteria. Poi il destino gli regalò Cristiano Lucarelli. Insieme formarono una coppia irripetibile, cinquantatré gol complessivi, mai coppia più prolifica dai tempi della C con Mazzetti in panchina e Virgili-Mascalaito come attori, trascinando gli amaranto fino alla prima, storica Serie A dell’era moderna. L’ultima immagine è un passaggio di testimone. Il 22 maggio 2004, contro la Juventus, segnano entrambi nel 2-2 del Picchi. Protti esce tra gli applausi non solo dei livornesi, ma anche degli avversari e dell’arbitro. L’ultima partita da professionista, però, la giocherà soltanto idealmente a Messina, altra città che lo aveva amato: aveva promesso di smettere nello stadio che lo aveva lanciato e mantenne anche quella parola.
La sua storia ricorda, per intensità, quella di LeBron James tornato a Cleveland per regalare il primo titolo alla sua città, o quella di Cristiano Lucarelli, rientrato al Livorno rinunciando a offerte più ricche. Ma Protti resta un caso quasi irripetibile. Perché alla promessa aggiunse il sacrificio economico e due promozioni, trasformando un sogno personale nella favola di un’intera città.
Nato a Rimini, che con Livorno si assomiglia: città di mare, gente schietta, orgogliosa. Ma qui, quel qualcosa in più. Igor, poco più che bimbetto, aveva trovato all’ombra dei 4 Mori la prima gloria sportiva e l’amore. A diciott’anni conobbe infatti Patrizia, cecinese e tifosissima amaranto, che sarebbe diventata sua moglie e la madre dei figli Nicholas Flavio e Noemi, anche se negli ultimi anni della sua vita ha trovato in Daniela Sebastiani la compagna fino alla fine. Poco avvezzo alla ribalta, la famiglia, per lui, è sempre stata il primo spogliatoio, il luogo dove aveva imparato rispetto, lavoro e parola data. Per questo Igor Protti non è stato soltanto un grande centravanti. È stato un uomo che ha dimostrato come, nello sport moderno, esistano ancora promesse capaci di attraversare il tempo. E che certe maglie, quando entrano davvero nella pelle, non si tolgono più. Personaggio che sembra involontariamente ispiratore della raccolta di Paolo Conte “Parole d’amore scritte a macchina”: Il maestro, Happy feet, Ho ballato di tutto, Colleghi trascurati, Un vecchio errore, Ma Si T’a Vo’Scurda’. Il calcio un po’ swing e un po’ jazz, quell’improvvisazione che distingue la genialità, da chi gioca a pallone sulla traccia del compitino. Un uomo da 10 per sempre, patrimonio del calcio romantico che ci hanno levato.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
