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Livorno, uccise Fabio Peluso in scooter: cuoco a processo in corte d’assise – La ricostruzione dei fatti

di Stefano Taglione

	L'incidente in via Da Vinci e la vittima Fabio Peluso
L'incidente in via Da Vinci e la vittima Fabio Peluso

Il cuoco pisano Francesco Vannozzi è accusato di aver ucciso volontariamente lo scooterista Fabio Peluso, il primo luglio del 2025 in via Da Vinci

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LIVORNO. Dopo l’arresto, è stato rinviato a giudizio ed è finito a processo. In corte d’assise, il 12 giugno, saranno ascoltati i primi testimoni indicati dal pubblico ministero titolare dell’inchiesta, Massimo Mannucci. Resta confermata, almeno a dibattimento, l’accusa di omicidio volontario per il cuoco pisano di 49 anni Francesco Vannozzi, accusato di aver ucciso volontariamente lo scooterista Fabio Peluso, 57 anni, centrato mentre lo chef residente a Livorno, il primo luglio dell’anno scorso, era alla guida della sua auto in via Leonardo da Vinci, alla periferia nord della città. Quello che inizialmente appariva come un gravissimo incidente stradale, secondo gli accertamenti delle sezioni specializzate della polizia municipale, si è poi trasformato in qualcosa di inquietante. Un’ipotesi - che chiaramente andrà verificata nell’ambito dell’istruttoria in tribunale - che ha scioccato tutta la città, visto che fino a quel momento tutti pensavano che si fosse trattato di un drammatico sinistro stradale. Anche se l’imputato, ascoltato subito dopo l’iscrizione nel registro degli indagati, ha respinto la ricostruzione degli inquirenti.

La ricostruzione

Peluso, molto conosciuto e stimato a Livorno, era dipendente della cooperativa "San Benedetto" e si trovava in sella al suo scooter insieme alla moglie cinquantaquattrenne Barbara Iervasi, la responsabile organizzativa dell’agenzia formativa Corali di via Pieroni rimasta gravemente ferita e poi per fortuna sopravvissuta. Una tragedia consumata davanti all’ingresso dell’azienda "Grandi Molini Italiani", lungo la direttrice che collega Tirrenia a Livorno. Tutti e tre, infatti, stavano rientrando in città dal mare. Erano all’incirca le 22,30. Nella ricostruzione degli inquirenti, lo scontro tra la Fiat Panda guidata dal cuoco (che si è poi ribaltata) e il motorino dove viaggiava la coppia (tamponato all’altezza del bauletto posteriore) sarebbe avvenuto al termine di una lite stradale avvenuta poco prima del fatto, durante il tragitto. Un presunto diverbio per motivi di viabilità che, stando anche al racconto di alcuni testimoni, avrebbe preceduto di pochi minuti la tragedia.

La moglie parte civile

Iervasi, assistita dagli avvocati Pietro Deri e Riccardo Biagioni, nel procedimento penale si è costituita parte civile. Il figlio e il fratello della vittima intraprenderanno invece percorsi giudiziari differenti. Intanto, per lo chef pisano, resta inalterata la misura cautelare degli arresti domiciliari disposta lo scorso novembre dalla giudice per le indagini preliminari Francesca Mannini. Nel corso delle prossime udienze, almeno stando a quanto delineato finora, non dovrebbe essere ascoltato. La sua versione dei fatti, insomma, resta quella resa nell’interrogatorio di garanzia dopo la clamorosa modifica del capo d’imputazione: inizialmente, infatti, Vannozzi era accusato di omicidio stradale, poi dopo gli accertamenti che la polizia locale ha portato avanti per mesi in coordinamento con la procura è stato indagato (ed è ora imputato) per omicidio volontario. Per questo è finito davanti al giudizio della corte d’assise, con i giudici togati e popolari che dovranno decidere l’innocenza o la colpevolezza.

Lo choc dei parenti

La trasformazione del fascicolo da omicidio stradale a volontario aveva scioccato la città. In particolare, chiaramente, i parenti di Fabio. «Spero che chi di dovere faccia il possibile per punire chi ha commesso tutto questo e mi auguro con tutto il cuore che sia stato solo un incidente stradale causato da una persona non in grado di mettersi alla guida», furono le parole rilasciate al Tirreno da Simona Casaceli, cugina della vittima. Nessuno di loro, infatti, si sarebbe mai aspettato un simile epilogo. Un’ipotesi accusatoria al vaglio della corte d’assise, dove il processo dopo una prima udienza solo tecnica sta entrando nel vivo.

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